di
Massimo Gaggi
Dura polemica tra gli Stati Uniti e la Danimarca, Paese membro di Unione europea e Nato. Il ruolo in prima fila del Segretario di Stato nella crisi in Venezuela
A due giorni dalla decapitazione del regime chavista con la deportazione di Maduro e della moglie negli Stati Uniti, non è ancora chiaro in che modo gli Stati Uniti eserciteranno quella sorta di «governo per procura» del Venezuela annunciato da Trump: nella conferenza stampa di sabato il presidente l’ha affidato ai suoi ministri e soprattutto al segretario di Stato. Marco Rubio, figlio di esuli cubani, la cui lingua madre è lo spagnolo, una carriera politica costruita sull’opposizione ai regimi marxisti dell’America Latina, è sicuramente il protagonista di maggior rilievo dell’«operazione Venezuela», tanto che alcuni giornali già lo chiamano viceré. Del resto è stato lui a negoziare, parlando in spagnolo, con Delcy Rodríguez, la vice di Maduro che ha assunto la presidenza.
«Pilotare a distanza»
Ma Rubio sa anche che l’eccessiva esposizione rischia di essere una trappola mortale, soprattutto se il regime change venezuelano diventerà un pantano per l’America: Trump ci metterebbe poco a scaricare su di lui le responsabilità del fallimento. E allora il titolare degli Esteri cerca di correggere la rotta, enfatizzando l’intenzione di «pilotare a distanza» attraverso governanti venezuelani. Quali? La questione rimane indefinita. L’unica cosa chiara è la volontà di non ripetere gli errori fatti da George Bush nel 2003 con l’invasione dell’Iraq. «Faremo esattamente l’opposto», dichiara il ministro della Guerra, Pete Hegseth, mentre un anonimo collaboratore del segretario di Stato spiega che «non stiamo cercando di «debaathizzare» il Venezuela». Traduzione: 23 anni fa Bush si illuse che bastasse eliminare Saddam Hussein per essere accolto da tutto l’Iraq come un salvatore. Ma la distruzione del partito Baath produsse un’esplosione di schegge che alimentarono un’estenuante guerra civile.
La minaccia di un secondo raid
Marco Rubio per ora parla soprattutto di metodologie: i membri del regime di Maduro che accetteranno di collaborare riceveranno delle disposizioni e verranno giudicati sulla base della loro attuazione. Sempre con la minaccia di un secondo e più penetrante raid americano, in caso di scarsa collaborazione.
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Il fronte artico
E Trump anche su questo non si tira indietro: «Se non seguiranno le nostre direttive faranno la stessa fine di Maduro, probabilmente peggiore». Poi, come se non bastasse l’immensa responsabilità che si è assunto in Venezuela, il presidente americano riapre anche il fronte della Groenlandia: in un’intervista a The Atlantic dichiara che quel territorio, che fa parte di un Paese alleato nella Nato, la Danimarca, «ci serve assolutamente: è un’isola circondata da navi russe e cinesi».
Cuba nel mirino
Rubio, prudente su interventi diretti in Venezuela, segue Trump nello sventagliare minacce nel mondo. Velate verso la Colombia, più esplicite contro Cuba: «Fossi nei loro governanti non dormirei sonni tranquilli. Quel Paese è un disastro, dovremo occuparcene». Ma, tornando a Caracas, con chi vuole governare Rubio? Trump aveva parlato della vice di Maduro, Delcy Rodríguez, nominata presidente ad interim dalla Corte Suprema venezuelana. Pronta a collaborare con gli americani, secondo The Donald. Ma poco dopo Rodriguez lo ha smentito, ribadendo la sua fedeltà a Maduro. Ieri Rubio ha dato l’impressione di voler cambiare rotta: «Non è una presidente legittima: non lo diciamo solo noi, è il giudizio di 60 Paesi».
Bloccare le gang
Ma probabilmente, viste anche le rudi minacce di Trump, è soprattutto un modo di incalzare la Rodríguez e altri personaggi influenti del regime chavista: «Non mi interessa quello che hanno fatto in passato né quello che dicono oggi in pubblico. Li giudicheremo per quello che faranno». E l’elenco dei compiti indicati da Rubio è nutrito: porre fine al traffico della droga, bloccare le gang criminali, riattivare l’estrazione del petrolio affidandosi alle grandi corporation americane, espellere i ribelli marxisti colombiani delle Farc e dell’Eln, troncare i rapporti con l’Iran e gli hezbollah.
Caracas contro Parigi
Non sarà facile convincere i vecchi gerarchi di Maduro: ieri, ad esempio, il ministro degli Esteri ha espulso due dei tre diplomatici francesi rimasti a Caracas giudicando un’interferenza inaccettabile le dichiarazioni del presidente Macron, leader dell’opposizione al deposto dittatore. Un altro osso duro è il ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, accusato, nel 2017, di aver tentato di far assassinare Rubio, allora senatore della Florida. Ma per ora né lui né il fratello, un altro gerarca, sono stati catturati: pare che si stia cercando anche la loro collaborazione.
5 gennaio 2026 ( modifica il 5 gennaio 2026 | 07:46)
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