I film in costume esercitano da sempre un fascino profondo e trasversale. Ci attraggono non solo per la bellezza estetica degli abiti, ma perché attraverso i costumi siamo in grado di seguire la storia, comprenderne il contesto e abitare una realtà che, altrimenti, resterebbe confinata sulla carta. Il costume diventa così un ponte sensoriale tra lo spettatore e il racconto.

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Labyrinth – Dove tutto è possibile (1986)

Il ruolo invisibile ma cruciale dei costumisti

«Il lavoro dei costumisti rende visibile una storia che prima esisteva solo sulla pagina.» (Enzinger, 2017): il ruolo del costumista in un film è di importanza cruciale, sebbene spesso sottovalutato. Il costumista non si limita a “vestire” i personaggi: collabora strettamente con il regista, il direttore della fotografia e il reparto luci, valutando come colori, materiali e texture reagiranno alla luce o risponderanno all’inquadratura. Anche nel 2026 si conferma un vero e proprio auge dei costumi d’epoca: dal tema del Met Gala: Costume Art all’uscita attesissima di Hamnet di Chloé Zhao e di una nuova trasposizione di Cime tempestose di Emerald Fennell, il cinema continua a interrogarsi sul passato per parlare al presente.

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Frankenstein (2025)

I costumi sono vitali nella costruzione dell’identità di un personaggio, ma svolgono anche una funzione più intima: permettono agli attori di trovare l’habitus corretto, il gesto, la postura, il modo di abitare il corpo del personaggio: per MasterClass, l’attrice Helen Mirren osserva la funzione di un costume al di là del periodo storico, rivelando le sfaccettature che si nascondono dietro a un singolo abito, come un fiocco in più, uno in meno indichino, per esempio, la frivolezza di un personaggio. Basti notare la differenza tra le sorelle Bennet in Orgoglio e Pregiudizio (2005): stesso periodo e contesto, diverse espressioni di stile.

L’imprecisione storica come strategia di seduzione

Questo interesse non riguarda soltanto l’immedesimazione narrativa, ma riflette anche dinamiche economiche e anticipa tendenze moda. Il cinema ha infatti sempre avuto un impatto diretto sul modo di vestire collettivo: se Povere Creature! (2024) di Yorgos Lanthimos ha contribuito a rinnovare il linguaggio del power dressing, Fonzie di Happy Days aveva già causato un picco nelle vendite del chiodo in pelle tra gli anni Settanta e Ottanta. Il costume cinematografico non resta mai sullo schermo: ma si trasforma, si riversa nelle strade. Paradossalmente, ciò che oggi affascina di più il pubblico non è l’accuratezza storica assoluta, ma la sua deviazione consapevole. Spesso al centro di polemiche, i costumi dei film contemporanei riescono a soddisfare il contesto narrativo pur dialogando apertamente con le tendenze del momento dell’uscita. Questa scelta non è una mancanza, ma una strategia comunicativa: rinunciare a una fedeltà filologica impeccabile per conquistare un pubblico più ampio. Un esempio emblematico è Marie Antoinette (2006) di Sofia Coppola: il film mantiene la silhouette settecentesca, ma è carico di un’estetica pop ed evocativa, profondamente legata al tema della femminilità che attraversa tutta la filmografia della regista, e che rimane attuale ancora oggi.

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La favolosa storia di Pelle d’Asino (1970)

Non si tratta di documentazione storica, bensì di un esercizio di traduzione emotiva; allo stesso modo, in La Favorita (2018) di Yorgos Lanthimos, la costumista Sandy Powell costruisce un passato che parla al presente: per corpetti e panciotti vengono utilizzati rimasugli di jeans di seconda mano, caricando l’epoca di una tensione contemporanea. Powell porta lo stesso approccio anche nel live action di Cenerentola (2015), dove l’iconico abito blu non deve essere inteso come rappresentazione minuziosa della Francia del diciannovesimo secolo, bensì coglie a pieno l’immaginario fiabesco della storia.

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Nosferatu (2024)

I film in costume ci affascinano perché non sono mai davvero sul passato, ma diventano quasi dispositivi culturali che usano la storia come superficie riflettente, permettendoci di osservare il presente da una distanza rassicurante ma rivelatrice. Nei loro tessuti si intrecciano memoria, desiderio, identità e moda. E forse è proprio questa imperfezione studiata, questo slittamento tra ieri e oggi, a renderli irresistibili.

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