Domenica alle Cucine Popolari, ha inaugurato la quinta esposizione del ciclo “Non c’è estetica senza etica”, mostra di opere di artisti vari pensata e progettata da Paolo Degli Angeli. Dopo le nuvole di Giovanna Benzi, il figurativo di denuncia di Luciano Paganelli, le piccole astrazioni di Maria Quagliotti e dopo le poesie visive di grafite su carta di
Silvano Barducci, al centro della rassegna c’è Giulia Conti, giovane artista, riservata e schiva. Artista dal profondo sentire, nasce a Cesena, si laurea al Dams di Bologna (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo), si perfeziona all’ISIA di Faenza (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) e attualmente, oltre a dipingere, insegna nella scuola pubblica.
“La sua formazione la spinge ad approfondire un particolare aspetto del linguaggio visivo che nel tempo è divenuto il cuore del suo essere pittrice – dice di lei Paolo Degli Angeli – È un agire sia sul piano della razionalità e del metodo di lavoro, ma soprattutto sull’osservazione, sulla curiosità e sulla sperimentazione continua che diventano strumenti essenziali del suo fare creativo. Per diversi anni frequenta assiduamente lo studio del maestro Osvaldo Piraccini dal quale apprende non solo il fare pittura, ma anche uno stile di vita che è proprio di chi si dedica all’arte. Figure dipinte, punto di contatto fra ciò che è reale e ciò che è riposto in meandri nascosti di ognuno di noi, popolano il repertorio figurativo della pittrice. Che siano la serie dei paesaggi, o quella delle marine, in bilico fra astrazione e figurazione, o le numerose nature morte, dalle innumerevoli gamme tonali e dalla tormentata materia, o quella dei ritratti, che incredibilmente trovano alcuni riferimenti in quell’arte classica che risiede da millenni in prossimità del possente Vesuvio, ciò che emerge fortissimo dai suoi dipinti è un pensiero introspettivo, attento, profondo, ma anche aperto al mondo. Qui in mostra la pittrice ha scelto di presentare una selezione composta da nature morte e da un autoritratto. Le sue opere non sono descrittive, derivano da una pittura che non insiste sui particolari e che lascia aperta la via dell’interpretazione”.
“Per una maggiore comprensione ci sono i titoli che raccontano poeticamente di che cosa si tratta: Cachi sotto la neve, Fiori di cardo, Iris bianco, Mare d’inverno, Il mulino sul Borello, Ramo di rose, Uccello del paradiso e così via. Nei suoi lavori c’è sempre una costante e attenta ricerca di ciò che le variazioni tonali possono esprimere. Nei paesaggi e nelle marine in bilico fra figurazione e astrazione le sue opere impalpabili e a volte appena accennate colgono aspetti di un altrove fecondo. Una sorta di fantasia dell’oggetto rappresentato che alimenta un’infinità di sensazioni e di altri riferimenti che risiedono nella nostra memoria, nel nostro vissuto. Ecco allora che i lavori di Giulia Conti – continua Paolo Degli Angeli – entrano a far parte di ciò che è all’interno di ognuno di noi ma anche in ciò che è dentro all’attualità del mondo. Così si dà valore anche alla vita degli altri. E questo è il segreto per una buona pittura. Dunque, opere aperte passibili di varie interpretazioni come Umberto Eco ci ha ben insegnato. Non c’è un unico messaggio interpretativo e Giulia Conti lo sa bene. Coi suoi lavori è capace di coniugare l’alto con il basso. Cultura alta, quella del pensiero raffinato e sofisticato e cultura bassa, pop, legata ad un contesto evidente e facilmente comprensibile. Ad un primo sguardo l’aspetto estetico ha il sopravvento, non attraverso colori saturi o brillanti o depositati sulla tela con l’intento di produrre effetti speciali, ma per quel detto e non detto, per quel senso del non finito, per quel vociare ruvido e roco, per quella classica mestizia lontana mille miglia dalle contemporanee urlate false verità. Poi appena si riflette un attimo si avverte quanto pensiero c’è dietro a quei dipinti, quanta storia dell’arte è depositata con maestria sulla tela. Non giudizi definitivi ma un modo laico, discreto, profondo di interagire con chi guarda”.
E ancora: “Col suo agire, che dice senza troppo dire, intercetta poetiche provenienti da quelle tragedie legate al secondo conflitto mondiale, divenute oggi, purtroppo, nuovamente attuali, ma lo fa in modo consolatorio, pacato, con quella grazia che è propria di una persona gentile. Nella sua pittura coesiste un patrimonio culturale condiviso che porta dritto alle esperienze dei pittori dell’Informale completamente astratti e privi di riferimenti con la realtà e con la figurazione ma anche a quegli artisti definiti ‘ultimi naturalisti’ dal professore di Bologna Francesco Arcangeli. Astrazione e figurazione, due mondi distanti, due modi apparentemente antitetici, uniti attraverso incongruenze colte, inciampi visivi, cortocircuiti, che la pittrice mette in atto, nel solco dell’antico mentore, per coniugarli in una magnifica sintesi. Libertà creativa mediata da importanti riferimenti. Interesse sia per il soggetto sia per il linguaggio della pittura stessa. Inquietudini del nostro presente dolorose e tragiche, ma anche atmosfere intime colme di dolcezza che rasserenano. Pennellate dense ma capaci di produrre immagini che vibrano e che sono piene di vita, figure dai contorni indefiniti, in certi casi campiture quasi monocrome che solo un occhio ben allenato riesce a cogliere le lievi variazioni; e smarrimenti visivi sono solo alcuni aspetti del suo universo poetico, del suo alfabeto col quale dà vita a mirabili opere. Il suo gesto creativo è prima di tutto uno stato d’animo che predispone al meglio, non è un prodotto per l’intrattenimento ma per lo spirito, è il risultato di una sperimentazione pluriennale, è il portato di contenuti profondi, è un andare oltre a quel piccolo lembo di realtà che la nostra esperienza ci concede, è un qualcosa di necessario che innesca in chi guarda tellurici sommovimenti di quelle parti profonde del nostro sentire”.