Ben ritrovati cari amici dei 400 Calci!
Avete passato delle liete festività? Avete mangiato a sazietà?
Ma soprattutto: avete fatto trovare sotto l’albero questo?
No perché, come dire, il demone Krampus lo sa se avete fatto i bravi o i pessimi, e magari credete di averla fatta franca perché ormai siamo a gennaio e non vi è ancora successo nulla ma la punizione arriva eh, eccome se arriva. Arriverà quando meno ve l’aspettate.
Un po’ come io non mi aspettavo per nulla It – Welcome to Derry.

Cioè, sapevo che sarebbe arrivata ma all’annuncio in pompa magna con teaser, trailer e poster vari ho avuto come una reazione epidermica istintiva riassumibile con: mo’ pure il prequel di It?
Ma se ne sentiva il bisogno? Ho capito che alla HBO sarà stato sul cazzo a qualcuno che negli ultimi 8 anni sul tema “regazzini in bicicletta in avventure incredibili col mostrone” non si è parlato d’altro che di Stranger Things, in particolare poi in queste ultime settimane che si è avviata alla sua conclusione, ma davvero volete rimettere insieme la vecchia banda di Andy Muschietti e raccontarci una storia che nel libro c’è a malapena pur di fare qualche serata e un po’ di grana? Ma che due coglioni.
E invece…
Io…
… vi voglio…
… tanto bene
E invece ci sono rimasto sotto, amici. Ma in un modo che non mi capitava da tempo. Tipo che ho seguito questa prima stagione in diretta invece di fare come faccio di solito, cioè aspettare e spararmela tutta in un colpo, perché il mio bisogno di tornare a Derry una volta a settimana era diventato fisiologico, irrefrenabile, ne avevo troppo bisogno.
Perciò adesso vi mettete belli comodi perché dobbiamo assolutamente parlare di sta roba qua. Lo so che da queste parti non trattiamo quasi mai di serie tv ma questa è un’eccezione meritevole coi fiocchi, impossibile da ignorare anche solo per completismo nei confronti di Muschietti.
Per cui ho chiesto al boss, permesso accordato, si parte. SIGLA!
Ovviamente il fatto che l’ultima di Stranger Things e la prima di Derry siano uscite nello stesso periodo è una bizzarra coincidenza e se lo chiedete a me pure sfortunata, almeno per Derry. Già nel 2022 Muschietti, sua sorella Barbara e Jason Fuchs iniziarono a lavorare al progetto mettendo su pian piano un team, tra sceneggiatori e showrunner, che vede anche la presenza di Brad Caleb Kane. Sul quale vale la pena soffermarsi mezzo secondo per il fun fact della settimana: Welcome to Derry è una serie squisitamente horror che non si fa scrupoli a uccidere malissimo bambini sin dai primi episodi e ha tra gli sceneggiatori il doppiatore per le parti cantate di questo personaggio:

Tornando a noi, per stessa ammissione di Muschietti la serie ha come materiale di partenza dei capitoli di raccordo del romanzo di Stephen King, territori poco esplorati che attraverso una narrazione che procederà a ritroso (sono previste tre stagioni: questa prima ambientata nel 1962, la seconda nel 1935 e la terza nel 1908) fanno da palcoscenico a quella che, almeno nelle intenzioni di Muschietti, vuole essere una possibile origin story di Pennywise e del suo rapporto con la piccola cittadina nel Maine.
Il che, inutile dirlo, è una posta in gioco parecchio alta. Un obiettivo che fa sicuramente incazzare i fan del romanzo perché essendo quella di Muschietti una delle possibili interpretazioni non può (come del resto nessuna può) essere quella definitiva, nonostante il pollice alto del vecchio Stephen. E probabilmente qui è dove Muschietti ha sentito maggiormente la pressione perché ok, Welcome to Derry dal punto di vista narrativo non è certo esente da difetti, ma sorvolando su dettagli di logica interna di successione di eventi quello che appesantisce davvero è una mano spesso troppo preoccupata che sia tutto chiarissimissimo a tutti sul perché le cose che accadono stanno accadendo. È per certi versi l’esatto opposto di ciò che Muschietti era riuscito egregiamente a fare con il suo primo It, dove l’importante non era tanto capire cosa fosse esattamente Pennywise ma la metafora che rappresenta: il bigottismo, il razzismo, l’ignoranza e la violenza della provincia americana anni Ottanta. Qui invece, lo ammetto, c’è un certo didascalismo, soprattutto sul perché Pennywise non può abbandonare Derry.
Molto bene ragazzi, d’ora in poi nessuno è più basito ed è tutto chiaro a tutti. Motoreeeeeeee
Ma per il resto amici che je voi dì a sta serie?
Muschietti confeziona una prima stagione bomba, dove il gore e il mostruoso quando devono esplodere lo fanno a livelli altissimi e semi-inauditi per lo schermo televisivo. Un disgustorama che va da neonati demoniaci a barattoli di sottaceti parlanti senza abbassare mai il volume manco di mezza tacca. Possiamo lamentarci quanto vogliamo per la luce un po’ smarmellata alle volte su alcune scene diurne, ma trovatemi altrove un momento pazzesco come quello del piano sequenza dentro il locale dove suonano jazz in preda alle fiamme e poi ne riparliamo.
Muschietti ha capito la giusta via di mezzo tra l’adattamento dei sogni, quello impossibile da filmare (e chi ha letto il romanzo sa a cosa mi riferisco), e le esigenze commerciali di creare un franchise di successo ora che Pennywise è a tutti gli effetti una macchina da soldi grazie proprio al suo primo It (ancora oggi il maggiore incasso nella storia del cinema per un horror).
Collegandosi con alcuni snodi narrativi in modo brillante ai suoi film, la costanza che Muschietti ci sta mettendo nel farci credere ogni volta di più alla sua Derry mi ha ricordato la dedizione di Peter Jackson alla causa di portare davanti ai nostri occhi la Terra di Mezzo: può andare bene (LOTR/It) e può lasciare perplessi (Lo Hobbit/It – Capitolo 2), in ogni caso complimenti per l’impegno perché non era affatto facile.
A lui una nomination come miglior bambino ai Sylvester 2026 non gliela toglie nessuno
Welcome to Derry mi ha fatto provare tutte quelle cose che Stranger Things non mi ha fatto più provare dopo la fine della prima stagione: avventura, mistero, intrigo, vedere di nuovo regazzini in bicicletta senza farmi del male fisico ai testicoli, e – a proposito di questo – affezione per i personaggi.
Il mio preferito è senza dubbio Marge Truman, una grandiosa Matilda Lawler, la bruttina che vuole essere cool ma poi capisce che è più bello essere freak e si invaghisce del personaggio di contorno sul quale non avresti scommesso due soldi ma che poi si rivela essere il più figo di tutti, e infatti in seconda posizione c’è lui: quel gallo di Rich “Te lo do io Whiplash” Santos, applausi per Arian S. Cartaya.
Ben assortito anche il resto del nuovo (cioè “vecchio”) club dei perdenti: Lilly Bainbridge forse ricorda un po’ troppo da vicino Beverly Marsh ma Clara Stack ha la fazza giusta e tutte le urla al loro posto, anche se la scream queen col volto pieno di terrore vero è Amanda Christine con la sua Ronnie Grogan, grande performance; Blake Cameron James infine se la cava più che dignitosamente, il suo Will Hanlon non spicca in modo particolare rispetto agli altri ma ha comunque i suoi momenti.
E poi, ovviamente, c’è lui:
Ben ritrovato
Bill Skarsgård figura tra i produttori esecutivi.
Non vedeva l’ora di tornare nel costume di Pennywise.
Ormai ha fatto proprio il personaggio come Robert Englund fece con Freddy Krueger: Skarsgård È Pennywise, non potrebbe esserci nessun altro al suo posto.
E saggiamente Muschietti sceglie di non mostrarlo da subito. Lascia che la sagoma del clown si riveli piano piano ai protagonisti, lentamente la figura prende forma e il mistero aleggia per un bel po’ di episodi finché quando finalmente si mostra a tutti noi lo fa con un’entrata in scena che definire spettacolare è dir poco.
Pennywise balla, canticchia, sbava, ridacchia, sfodera tutto il suo campionario di sguardi da bestia predatrice senza un briciolo di umanità, gli è proprio alieno il significato stesso, cibandosi soprattutto come sempre della paura e a Skarsgård ormai basta un istante, un movimento di labbra, per rientrare subito nell’incubo.
Mi sono riguardato per l’occasione tutti i video in cui Skarsgård si preoccupa di non traumatizzare i bambini sul set e sono giunto alla conclusione che ok, da una parte questi sono i contenuti virali perfetti per i nostri tempi, voglio dire, sei subito l’idolo delle mamme urlanti che non c’è nessuno che pensa ai bambini, e va bene. Ma questo è anche un grosso dito medio a tutte le stronzate sul method acting e sulla reazione autentica che a Hollywood ci vanno matti per queste cose, potessero andrebbero sul set a urlare ai bambini TI DEVI SPAVENTARE!!! come tanti Richard Benson.
Skarsgård è #teammastroianni: come gli sentii dire in un vecchio documentario: «Recitare è il mestiere più bello del mondo, ti pagano per giocare e ti applaudono pure».
«Bravo Bill»
Per cui che dire, cari amici dei 400 Calci? Fatevi un favore e iniziate bene il nuovo anno recuperando questa serie se non l’avete ancora vista. Perché mentre Stranger Things ha continuato ininterrottamente per cinque estenuanti stagioni a somministrarci una nostalgia confortevole e celebrativa, il Derryverse di Muschietti esattamente come nel 2017 è tornato per ricordarci che, con buona pace di qualcuno, non c’è proprio niente di great nel passato dell’America che dovrebbe tornare again.
E ora lascio la parola al mio collega Lou, ma tornerò alla fine per tirare una bella riga dello spoiler e parlarvi della più bella scena post credits mai fatta.

A Derry succedono un sacco di Cose Strane
di Lou Ferragni
Buon anno anche dal vostro mostro verde con le extension biondo platino. Mi inforco un attimo gli occhiali da Professor Lou per provare a stabilire una volta per tutte la genealogia ufficiale del genere “regazzini in bicicletta che affrontano il Male”. Perché sì, amici carissimi: la domanda è semplicissima, facile la troviate anche tra le pagine della Settimana Enigmistica, e proprio per questo è una trappola perfetta. È nato prima l’uovo o la gallina? Prima Stranger Things o It – Welcome to Derry?
Fabrizio, ti vedo già che ti stai agitando: «Ma che domanda è?? Ovvio che viene prima It, Stephen King stava già scrivendo di paure provinciali e infanzie spaccate quando i fratelli Duffer stavano ancora imparando a pedalare senza rotelle!!». Sì, va bene: cronologicamente hai ragione, ma prova per una volta ad andare un attimo oltre. Se ci limitiamo alla mitologia, alla matrice, non c’è discussione. Solo che qui parliamo di televisione contemporanea e di un ecosistema che vive di rimandi, di citazioni, di revival, di ricordi che non hai mai vissuto ma te li facciamo ricordare lo stesso, guardando pure in camera come Jim Halpert. Stranger Things, nel contesto TV, non è stata soltanto una serie, ma un metodo. Per oltre dieci anni, ha rappresentato l’industrializzazione del citazionismo anni ’80, l’Amblin in scatola, la fantasia di un’infanzia pop confezionata con il cellophane, pronta da scartare e mangiare. È stata, fino alla sua conclusione arrivata pochi giorni fa, il grande parco a tema in grado di attirare pure chi nel 1983 manco era nei piani quinquennali dei suoi genitori.
«Let them fight»
E qui arriva la prima parte della risposta alla domanda: Stranger Things non ha mai fatto finta di essere nata da sola nel bosco. Matt e Ross Duffer hanno detto chiaramente qual è uno dei loro totem. Testuale, senza fronzoli: «Probabilmente per entrambi è It. È quello “grosso”, è ovviamente una grande ispirazione per la serie». E ancora più diretto: «Eravamo davvero ispirati da It». Non è la solita ispirazione “Eh sì, mi piace King”: è la dichiarazione di un imprinting. E si vede. Perché se It ha scritto col sangue il manuale del “bambino contro il Male”, Stranger Things ha preso quella grammatica e l’ha messa dentro una struttura più televisiva e più “adventure first”. Tanto che loro stessi raccontano che l’idea iniziale era perfino di fare una stagione e poi un salto temporale. Cioè: la dinamica di It, ma col telecomando in mano. Un passaggio di consegne apertamente ricercato, insomma.
Solo che poi la vita è sporca, e il mercato ancora di più. E qui entra in campo l’altro lato della reciproca contaminazione: l’It di Muschietti è arrivato nel 2017, dopo che Stranger Things aveva già rimesso in moto la macchina del “nostalgia-horror-teen” globale. Quindi la seconda parte della risposta alla domanda è: ok, la fonte primigenia è It il romanzo, ma la forma contemporanea del fenomeno passa per la serie Netflix. Non a caso, Stephen King stesso l’ha messa in questi termini, parlando del successo e del clima attorno al film di Muschietti: «Penso che Stranger Things possa averci avuto qualcosa a che fare» ha detto il Re del Brivido. E anche dal lato produzione si è giocato apertamente con l’associazione: «Penso che una grande analogia sia in realtà Stranger Things» ha detto il produttore Dan Lin in quegli anni, indicando il modello non come copia, ma come faro di tonalità per spiegare cosa stessero facendo: ragazzi, gruppo, coming of age, e poi l’orrore che non è il mostro in CGI ma la roba che ti rimane addosso.
Le serie consigliate da 9 dentisti su 10
Quindi i film di Muschietti non hanno fatto tabula rasa di niente. Hanno preso King, hanno preso la loro idea di Derry e di Pennywise, ma hanno anche respirato l’aria del tempo: un tempo in cui l’infanzia anni ’80 è stata trasformata in moneta corrente, e in cui l’horror “per tutti” ha avuto bisogno di un lato avventuroso, empatico, di gruppo. È il motivo per cui l’It di Muschietti funziona come un racconto di amicizia e identità prima ancora che come un tritacarne. E arriviamo quindi a Welcome to Derry, dove la questione si fa ancora più interessante, perché la serie nasce già accompagnata dal confronto e i Muschietti non hanno mai fatto finta di ignorarlo. In un’intervista, Andy ha spiegato di non sapere nemmeno come porsi rispetto al paragone con Stranger Things, mentre Barbara ha ammesso di aver visto la serie dei Duffer e di averla amata molto, ribadendo però che il loro percorso creativo era fin dall’inizio legato al romanzo di King e poi allo sviluppo dei film. In altre parole, il confronto è riconosciuto e accettato, ma senza la necessità di confondersi o sovrapporsi: due strade parallele, ciascuna con una propria identità ben definita. Sì, esistete, vi vediamo, però tu stai nel tuo e io nel mio.
E infatti Welcome to Derry parte con una promessa che sembra quasi una correzione di rotta: riportare It verso l’horror cattivo delle origini. E ci riesce, almeno nella prima botta: gore, cattiveria, bambini messi in pericolo e trucidati in modo indecente, quella sensazione che la serie non stia giocando al “brivido per famiglie” ma ci goda proprio a spaventare e darci giù pesante con l’horror. Però poi, andando avanti, la serie non ha resistito al fascino dell’avventura. E come potrebbe? Derry è anche un racconto di regazzini che si muovono, che indagano, che fanno squadra, che trasformano la paura in mappa del tesoro. E lì emergono elementi Amblin-avventurosi che non sono un tradimento, sono proprio la natura ibrida del genere ormai: il gruppo, i luoghi segreti, gli oggetti che diventano mitologia, le “regole” da scoprire. Anche Pennywise, per quanto mostruoso, finisce inevitabilmente per diventare un pilastro narrativo attorno a cui costruire misteri e rituali, come succede a ogni franchise che vuole durare e non solo spaventare.
Finn Wolfhard in Stranger Things e It. Serve aggiungere altro?
E quindi, chi è nato prima? La risposta più onesta è che, nel 2026, non lo possiamo più dire con certezza. O meglio: lo sappiamo sul piano storico-letterario, ma sul piano dell’immaginario pop contemporaneo è diventato impossibile separare le acque. Perché il genere “regazzini in bicicletta” si è ibridato fino a diventare quasi un idioma unico: un lessico condiviso di gruppi, traumi, provincia, orrore, nostalgia e avventura. Da un lato è la prova che funziona: continua a funzionare perché è un contenitore elastico, capace di parlare di paura, crescita, identità e comunità. Dall’altro è un rischio: che l’efficacia diventi formula, che la formula diventi stampino, e che lo stampino diventi “Facciamo anche noi il nostro It, che è la nostra Stranger Things, che però a sua volta era la nostra It, che al mercato mio padre si ispirò”. È un bene? È un male? Qui la risposta è più semplice e diretta: finché funziona, finché diverte, finché appassiona, chissenefrega.
E ora tiriamo una bella RIGA DELLO SPOILER e ripasso la palla a Terrence che vi deve dire un’ultima cosa:

Eccomi qua! Ve l’avevo promesso che sarei tornato. Allora, alla fine dell’ultima puntata c’è questa scena post credits che mi ha fatto impazzire perché non è come solitamente accade un aggancio per il futuro ritorno di un personaggio noto, ma Muschietti che si toglie lo sfizio di dare ancora più circolarità al suo racconto partito otto anni fa. Ve la ricordate l’eccentrica vecchietta a cui Beverly/Jessica Chastain va a fare visita in It – Capitolo 2 in quello che è uno dei momenti più riusciti del film, almeno finché l’anziana non decide di trasformarsi in non ho ancora capito bene cosa? Bene. Innanzitutto rendiamoci conto della figata che già lì, in quella scena, Muschietti aveva piantato i semi per tutto il racconto centrale sulle origini di Pennywise che abbiamo visto in Welcome to Derry, ma che al tempo non poteva sapere se avrebbe mai avuto modo di approfondire la cosa. Ma venendo alla scena post credits: ma che cazzo è stato rivedere oggi quella stessa vecchietta, interpretata nuovamente da Joan Gregson, dire ad una Beverly/Sophia Lillis acchittata come nel 2017 la famosa frase: «Nessuno che muoia a Derry muore mai davvero», frase che le avrebbe quindi ripetuto 27 anni dopo nel capitolo 2? E infine: ma lo sapete che Joan Gregson era malata di cancro da tempo ma ha comunque voluto riprendere il ruolo per un’ultima volta prima di morire due mesi dopo? Dai, amici. Ma che altro deve fare una scena post credits per essere la più incredibile di sempre?
R.I.P.
Streaming quotes:
«Fate entrare IL clown»
Terrence Maverick, i400calci.com«Il pubblico guardava da It a Stranger Things, da Stranger Things a It e ancora da It a Stranger Things, ma già era loro impossibile distinguere fra i due»
Lou Ferragni, i400calci.com
Dove guardare It – Welcome to Derry