Gomorra – Le origini è una questione di scelte. La prima scelta è quella che compie il telespettatore, che si affaccia a questo universo dopo 5 stagioni che hanno reso la saga targata Sky un cult, la seconda è quella che compie il regista. Tornare a raccontare una storia già sviluppata, da una prospettiva diversa, significa attingere dalla medesima fonte d’ispirazione facendosi però altre domande. La serie iniziale, quella targata Sollima che ha visto nel corso del tempo altri cambi di regia, aveva come fine quello di riproporre uno specchio fedele alla realtà rispetto alle dinamiche contemporanee del crimine.

Le vicende dei Savastano – famiglia già affermata nel panorama criminale partenopeo e italiano – s’intrecciavano con priorità attuali e meccanismi che riguardano (anche) un determinato tipo di industria. Sollima, nello specifico, mescola violenza di strada a strategie di business partendo dalle carte dei processi, perchè Gomorra è ispirata sia al best seller di Roberto Saviano, sia alle carte giudiziarie che hanno accompagnato ben note famiglie del crimine organizzato. La nuova veste di Gomorra

Il regista de Il Mostro, con Gomorra, per la prima volta, scomoda in maniera concreta i colletti bianchi facendo capire che i criminali – nella post modernità – prima popolano le strade e poi mettono piede negli uffici. Il malaffare arriva nelle stanze del potere, dove per compiere un sopruso basta una firma. “Me servn ‘e firm!”, direbbe Genny Savastano.


I protagonisti di Gomorra – Le origini (2026)

In Gomorra – Le origini, la scelta (per tornare alla premessa iniziale) è diversa non solo perché Gennaro Savastano non è nemmeno nei pensieri del padre, ma anche e soprattutto perchè non è con la modernità che si deve fare i conti. Marco D’Amore, che con Stefano Sollima ha lavorato in veste di attore, riparte dal medesimo spunto per stravolgere tutto. Racconta un altro tipo di malavita che trae energia e prospettive da un unico aspetto rilevante. La fame. Napoli, nel 1977, ha fame: trionfa l’analfabetismo e regna la povertà, specialmente in periferia.

Il riscatto sociale al centro della scena

I ragazzi e le ragazze non sono attirati dalla ricchezza per fare la differenza sul piano sociale: vengono stuzzicati dal potere e dall’agiatezza per sperare di sopravvivere. Se in Gomorra vediamo giovani attirati dal potere malavitoso per comprare moto e farsi l’ultimo modello di smartphone o il brillante da regalare alla compagna, in Gomorra – Le origini il massimo della “libidine” per i giovani è un altro: avere un televisore per poter guardare tutti insieme Sandokan. Quello con Kabir Bedi, perchè Can Yaman nel ’77 era come Genny Savastano: un pensiero non ancora concretizzato.

Gomorra – Le origini è una serie violenta, ma non efferata: a risultare è lo smarrimento dei singoli personaggi che cercano una dimensione precisa, ma finiscono per perdersi. Risucchiati in un sistema di ricatti, necessità e poca virtù. Esistere o soccombere. Non c’è altra strada. Sopravvivere è la parola d’ordine e per farlo è concesso – non giustificabile: attenzione, la differenza è ben marcata – qualsiasi cosa. Il prequel targato Sky e Cattleya conduce in una Napoli, con vista su Secondigliano, che somiglia a una cartolina ingiallita ricca di possibilità e con un’incredulità latente che lascia spazio a un dipinto dove inizialmente ci sono ancora più luci che ombre.

Il prezzo della felicità

L’apparenza, nel giro di 6 episodi, lascia poi spazio a una realtà più cruda e meno densa di alternative. Un crescendo di intrecci, ricatti e sofferenza mette in mostra l’unica strada possibile per questi ragazzi che – contrariamente a quanto si creda – non vogliono diventare criminali per emulare Il Padrino o scimmiottare Scarface. Vogliono passare al lato oscuro, citando i classici di una certa rilevanza, per essere sicuri di non rimanere imbrigliati in un tenore di vita che altrimenti li vedrebbe agli angoli delle strade alla ricerca di qualsiasi mezzo per mettere insieme il pranzo con la cena.


Luca Lubrano nei panni del giovane Pietro Savastano (2026)

Per Pietro Savastano, che ha solo 16 anni, l’ambizione più grande non è una villa con piscina o la macchina di ultima generazione. Il vero obiettivo – e lo dice all’inizio – è poter entrare in un ristorante di lusso con una donna che lo ami per quello che è. Mangiare in compagnia di chi si ama. Questa è la felicità per un giovane apparentemente senza prospettiva, cresciuto in cattività con la madre che lo ignora perchè passa il tempo a mettere da parte i soldi come se fossero una sorta di assicurazione sulla vita. Guadagnati nell’unica maniera possibile, facendo il mestiere più antico del mondo.

Luci e ombre

Gomorra – Le origini non è una serie con la catarsi al centro di ogni meccanismo. Non c’è risoluzione dei conflitti, ci sono – semmai – due dimensioni: la prima opaca, senza contorni e ricca di incertezze che riguarda l’ascesa di Pietro Savastano, il quale inizialmente rifiuta persino il proprio cognome; la seconda dimensione, invece, è più luminosa, definita e ricca di prospettive. Questa è incarnata da Imma Fajeta, la giovane donna di cui Pietro Savastano si innamora.

Lei è una che studia, che fa una vita normale, che può permettersi addirittura di coltivare la passione per la recitazione e suonare uno strumento. Una giovane donna in grado di sognare, cosa che Pietro Savastano non aveva mai fatto. Il sogno di Imma è arrivare in America, per cercare riscatto. Anche chi arriva da Secondigliano può sperare in un lieto fine. Glielo confessa il padre, soggiogato anche lui dalla morsa e dai ricatti della malavita: “Tu devi andare via da qui, per dimostrare a tutti che anche chi nasce da queste parti ce la può fare”.

Un’altra vita

Una speranza che resta sullo sfondo, ma non si concretizza mai. Questo è l’aspetto più amaro della serie. Imma Fajeta sogna un’altra vita da un’altra parte senza riuscire davvero a raggiungere il proprio obiettivo. Ecco anche perchè si ritrova a comprendere Pietro Savastano meglio di chiunque, perchè persino lei ha capito che – nonostante un’educazione diversa – da certe situazioni è impossibile scappare. Quando si è complici di un sistema, è come avere un cordone ombelicale perennemente attaccato. Tagliare i ponti non è semplice perchè il sangue, citando Pietro Savastano, si mastica ma non si sputa.

L’aspetto della cancrena e del ripetersi in maniera ciclica di dinamiche anche parzialmente tossiche è reso molto bene da Marco D’Amore che, sulla scia dei propri trascorsi alla regia, confeziona un pacchetto di episodi dove i dialoghi sono molto serrati: non mancano le figure retoriche, specialmente nell’eloquio dei boss mafiosi; Salvatore Conte è figlio di quella Napoli lì e D’Amore cerca di rimettere un pizzico di quella retorica senza copiare i fasti del passato.

Citazioni e riferimenti

Ci sono, poi, i riferimenti che fanno da collante: battute celebri che collegano passato, presente e futuro della serie. I capelli “selvaggi” da leonessa di Imma; i profumi di Chanel, che al tempo era solo Annalisa Magliocca. La quale finirà al centro di un percorso di emancipazione ben definito che, negli anni ’80, non viene coltivato con l’ascolto e l’abbandono del tetto coniugale ma attraverso il cloroformio.

L’ossatura di Gomorra, anche in questo prequel, resiste e garantisce il medesimo grado di interesse rispetto ai fasti del passato. Il risultato – dal punto di vista tecnico – è una scommessa vinta perché gli attori e le attrici sono quasi tutti semi-sconosciuti che avranno grandi prospettive. Uno degli aspetti più positivi del prodotto è proprio la selezione dei caratteri che D’Amore, incassando la fiducia di Sky e Cattleya, ha compiuto.

Un cast rinnovato

A ciascuno degli interpreti presenti ha fatto un corso di teatro, come ha ammesso in conferenza stampa, prima di vederli lavorare sul set. Un laboratorio a cielo aperto che ha permesso a tutti di fare la differenza prima ancora di battere il primo ciak. Sky Original si conferma anche fucina di talenti perché di Luca Lubrano e Tullia Venezia (Pietro e Imma) sentiremo ancora parlare.

Lo stesso vale anche per gli altri membri del cast che ripercorreranno le orme di Marco D’Amore e Salvatore Esposito, i quali – grazie a Gomorra – hanno condiviso non solo lo stesso provino ma anche il medesimo cammino professionale. Il prequel si conferma, tra le altre cose, un’importante passerella per i professionisti e le professioniste del domani.