di
Guido Olimpio
I cubani scelti (anche) per fedeltà: troppo alta la taglia sul leader per fidarsi dei connazionali. Droni, informatori e commando Delta Force hanno neutralizzato i cerchi difensivi creati con l’aiuto degli alleati di Caracas
Donald Trump ha anticipato la notizia, l’Avana l’ha confermata: numerosi cubani sono stati uccisi nell’operazione americana per catturare Nicolas Maduro a Caracas. Erano parte della sicurezza, un dispositivo creato su più livelli nel tentativo di prevenire manovre dall’interno.
Ieri sera il presidente americano aveva dato qualche indicazione ai media sulle perdite cubane ma è stato poi il regime castrista a precisare che almeno 32 elementi hanno perso la vita durante il blitz. C’erano militari agli ordini della Difesa e membri della DSE, una delle componenti dell’intelligence.
Una presenza nota da tempo e ampliata man mano che Washington agitava il bastone. I continui riferimenti ad una cacciata di Maduro, ad un possibile golpe, ad attività coperte della Cia avevano spinto il leader ad affidarsi, oltre che a uomini selezionati del suo apparato, agli alleati storici.
Maduro era protetto – in teoria – da una serie di cerchi di difesa. C’erano i soldati della guardia presidenziale, i servizi segreti (Sebin), le unità «bolivariane» incaricate di vegliare su eventuali eventi o rari trasferimenti. Un sistema integrato da un nucleo robusto di cubani provenienti dai reparti scelti e dall’intelligence. Uno scudo cresciuto, secondo indiscrezioni sui media, agli inizi di dicembre.
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Gli uomini messi a disposizione dell’Avana svolgevano il ruolo di tutela ravvicinata ma collaboravano anche alle azioni del controspionaggio.
Quando Washington ha alzato i toni della minaccia, Caracas ha accentuato le contromisure attorno ad un personaggio diventato paranoico. Secondo la versione del Pentagono il leader ruotava tra 6-8 luoghi diversi, c’era molta attenzione (scontata) sull’uso di sistemi di comunicazione, regole strette che sarebbero state adottate dalla scorta consapevole dei rischi incombenti. Maduro riteneva gli agenti cubani efficienti, capaci e incorruttibili.
Caratteristiche ritenute superiori a quelle delle forze locali, con problemi cronici e il timore di tradimenti visto che gli americani avevano offerto una taglia da 50 milioni di dollari. Interessante l’atteggiamento del leader: da un lato ha pensato a guardarsi le spalle, dall’altro ha considerato un bluff i moniti in serie lanciati dagli americani. Eppure, tra i tanti scenari descritti in questi mesi c’era un intervento condotto dai commandos per decapitare l’establishment catturando il numero uno ed eliminando figure rappresentative. Un piano annunciato.
Le precauzioni sono state però superate – per quello che sappiamo – dal tracciamento da parte della Cia con droni e un team sul campo, dal lavoro di informatori, dalla presunta collaborazione di qualcuno all’interno del potere. È così che sono arrivati all’ultima «base», con l’azione affidata alla Delta Force. I commandos, calatisi dagli elicotteri, hanno neutralizzato la scorta per poi arrivare a Maduro. Da qui un bilancio pesante di vittime, circa 80: un numero forse destinato a salire. L’assistenza dell’Avana si è sommata all’aiuto di Mosca, principale fornitrice di armi, all’appoggio di Pechino, alla collaborazione dell’Iran nel settore dei droni.

5 gennaio 2026 ( modifica il 5 gennaio 2026 | 10:49)
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