di Fiorenza Sarzanini

La scommessa del governo Berlusconi era impedire a chi manifestava di avvicinarsi ai luoghi dove si stava svolgendo il vertice. Non funzionò. Alla guida delle «tute bianche» c’erano Nicola Fratoianni, ora leader di Sinistra italiana, e Luca Casarini, ancora attivista. Ecco il loro racconto

Pensi al G8 di Genova e sono due le immagini che tornano alla mente. C’è piazza Alimonda e c’è la scuola Diaz. C’è un prima e un dopo la morte di Carlo Giuliani. E per chi ha vissuto quei giorni, quelle emozioni così forti e anche così contrastanti non possono che essere questi i momenti da ricordare.

IL PATTO
La preparazione dell’evento è durata mesi, ha occupato per settimane le cronache di tutti i giornali, anche internazionali, dei telegiornali. Perché l’appuntamento dei Grandi della terra in quel luglio del 2001 aveva scatenato proteste in tutto il mondo e l’Italia era al centro della scena anche per la scelta di blindare la città, militarizzarla, trasformare il centro in un fortino inespugnabile. “Zona rossa”: due parole diventate il simbolo della battaglia tra governo e antagonisti, istituzioni e black block. Perché alla fine era quello il bottino di entrambe le parti. Il governo era guidato da Silvio Berlusconi, al Viminale c’era Claudio Scajola, al vertice della polizia il prefetto Gianni De Gennaro. La scommessa era impedire a chi manifestava di avvicinarsi ai luoghi del summit, costringerli a stare lontanissimi dai governanti. A guidare le “tute bianche», movimento no global dichiaratamente pacifista, c’erano Nicola Fratoianni e Luca Casarini.



















































Avevano trattato, trovato un accordo, garantito che alla fine non ci sarebbero stati troppi danni. E invece sono stati tutti travolti da chi, da sponde opposte, è riuscito trasformare quel G8 in una delle pagine più nere della storia del nostro Paese. Perché per gli errori commessi, la sottovalutazione prima e gli eccessi poi, Genova è diventata un teatro di guerra dove un ragazzo è stato ucciso e altre decine picchiati, violati, feriti gravemente da chi cercava di ripristinare l’ordine lì dove ogni regola era saltata, dove i diritti delle persone erano stati inevitabilmente calpestati. E se le “tute bianche” hanno avuto come unica colpa quella di non rendersi conto di quanto le frange più violente dei black block (soprattutto provenienti dall’estero) avevano pianificato di infiltrarsi nel movimento con l’unico obiettivo di “sfasciare”, quelle della “catena di comando” sono state tanto gravi quanto incredibili.

Quel 20 luglio di 25 anni fa, il giorno più nero per il summit internazionale, Piazza Alimonda era diventata il centro del mondo. Perché i manifestanti entravano e uscivano passando dalle stradine laterali per sfuggire alle cariche delle forze dell’ordine, ma anche per attaccare le camionette di polizia e carabinieri. Il cordone di sicurezza era ormai saltato, la battaglia era diventata durissima. E proprio lì, quando sembrava che il peggio fosse ormai passato, Carlo Giuliani, rimase ucciso. Ferito a morte da un colpo di pistola sparato da un carabiniere che era a bordo di una delle camionette prese d’assalto. Il punto di non ritorno, la miccia che il giorno dopo, quando il G8 era ormai finito, provocò l’irruzione nella scuola Diaz.

Un disastro che nessuno è stato in grado di prevedere e tantomeno gestire come sanno bene proprio Fratoianni e Casarini. Il primo è adesso il leader di Sinistra Italiana, siede in Parlamento e coordina insieme ad Angelo Bonelli la coalizione con i Verdi. «La violenza inaudita di quei giorni aveva l’obiettivo preciso di porre fine ad un movimento che da anni continuava a crescere per dimensioni e consenso. Mi capita spesso, pensando a quei giorni, di sentire nelle narici l’odore dei gas lanciati ovunque, gli elicotteri e il rumore dei manganelli sugli scudi, i blindati lanciati a velocità sul corteo», ha detto ricordando quanto accadde. Luca Casarini non ha abbandonato l’attivismo e ora guida la Ong Mediterranea, alterna le missioni per il recupero dei migranti (con qualche inciampo giudiziario) a quelle più eclatanti come il viaggio della Flottilla verso Israele. «Vivo in Sicilia con 1400 euro al mese e una vecchia Volvo», ha raccontato al Corriere. E così ha ricordato quei giorni del G8: «C’erano 10.600 agenti in servizio e non ci fu un meccanismo di errore di qualche battaglione, noi fummo caricati in un pezzo autorizzato del corteo, quelle scene sono generalizzate in tutte le piazze di Genova, con le persone che hanno le mani alzate, quelli che non facevano resistenza sono stati massacrati di più».

LA SCOMMESSA DEL GOVERNO BERLUSCONI ERA IMPEDIRE A CHI MANIFESTAVA DI AVVICINARSI AI LUOGHI DOVE SI STAVA SVOLGENDO IL VERTICE. NON FUNZIONÒ

LA SCUOLA DIAZ
Massacrati, questo hanno raccontato i giovani che erano alla Diaz. Non fu una perquisizione, fu una mattanza. Dentro l’istituto dormivano decine di ragazzi. Con la scusa di andare a cercare i black block i poliziotti entrarono a tarda sera e cominciarono a picchiare selvaggiamente chi era all’interno. Fuori si sentivano urla disumane. Alcuni uscirono con fratture, altri sanguinanti, molti portati in ospedale con ferite gravi. Tantissimi altri intanto subivano umiliazioni e percosse all’interno della caserma di Bolzaneto, trasformata per l’occasione in una sorta di carcere dove trasferire chi era stato fermato durante i cortei.

Il G8 della vergogna è terminato il 21 luglio 2001, 25 anni dopo nessuno tra chi c’era è riuscito a dimenticarlo.

5 gennaio 2026 ( modifica il 5 gennaio 2026 | 16:37)