di
Alessio Cozzolino
Uno studio dell’Università Agraria di Atene analizza il problema delle malattie croniche negli animali, la cui incidenza è in aumento negli ultimi anni. E la responsabilità è nostra
Le relazioni, specie se durature, ci cambiano sempre. E quello tra animali e uomini è un rapporto che travalica i confini del tempo e dello spazio: una relazione fatta di influenze reciproche, forse eccessive. A furia di stravolgere gli ambienti in cui vivono, abbiamo infatti alterato il loro stato di salute. «Non è un caso che stiano iniziando a soffrire sempre più di malattie croniche, proprio come noi». Antonia Mataragka, ricercatrice dell’Università Agraria di Atene, riassume così il suo nuovo studio pubblicato sulla rivista Risk Analysis.
Il mondo è cambiato
«Negli ultimi vent’anni, il mondo in cui abitiamo è cambiato: sono cresciuti i fattori di rischio ambientali, come diete squilibrate, inquinamento, stress, cambiamenti climatici», spiega la studiosa al telefono con il Corriere della Sera. Tutti questi determinanti, uniti alla predisposizione genetica e all’aumentata aspettativa di vita, hanno contribuito a rendere le malattie croniche la prima causa di morte. Negli esseri umani hanno provocato almeno 43 milioni di decessi nel 2021, 18 dei quali avvenuti prima dei 70 anni. Impossibile riportare statistiche analoghe riferite al regno animale. «Non esistono. O, per meglio dire, quei pochi dati disponibili sono frammentari ed eterogenei, spesso derivanti da studi isolati». È proprio questo vuoto informativo ad aver spinto Mataragka a rivedere sistematicamente la letteratura scientifica, connettendo i punti tra le sparute informazioni reperibili.
Salute animale
In prima battuta, concentrandosi sugli animali d’affezione, la ricercatrice nota che «i cani e i gatti selezionati in funzione delle caratteristiche estetiche presentano una maggiore incidenza di patologie metaboliche e di disturbi a carico di reni e valvole cardiache». Tra quelle metaboliche, in particolare, l’obesità – ormai diffusa in modo trasversale – risulta la più impattante: ricerche recenti stimano che addirittura il 50–60% degli animali da compagnia sia “sovrappeso”.
Ma anche la fauna selvatica e marina non può definirsi immune. I ricercatori hanno documentato, tra gli altri casi, tumori gastrointestinali o mammari in crescita nelle balene beluga (Delphinapterus leucas), carcinomi urogenitali nei leoni marini della California (Zalophus californianus), iperglicemia nei procioni (Procyon lotor), fibropapillomatosi nelle tartarughe verdi marine (Chelonia mydas) e gravi condizioni cardiache nel salmone atlantico (Salmo salar).
E in ambito zootecnico? I capi allevati in regimi intensivi mostrano una probabilità maggiore di sviluppare disturbi metabolici, ossei e cardiovascolari rispetto agli animali allo stato brado.
Un approccio nuovo
Mataragka non si limita a snocciolare i numeri, ma li incasella in una cornice più ampia. Se nel caso dei salmoni in acquacoltura e del bestiame un ruolo chiave nell’insorgenza delle malattie è giocato dalla cattività, nel resto della fauna selvatica gli indiziati maggiori sono il facile accesso al cibo umano e l’inquinamento ambientale. In quest’ottica, gli animali fungono da vere e proprie sentinelle ambientali: ammalandosi prima e in modo più evidente, segnalano quelle dinamiche ecosistemiche «corrotte» che potrebbero in seguito ripercuotersi anche sulla salute umana. È il cuore della One Health. «Un approccio integrato e multidisciplinare in cui si riconosce che la salute umana, quella animale e quella dell’ecosistema sono strettamente interconnesse», precisa Antonio Musarò, professore ordinario di Istologia alla Sapienza di Roma e coordinatore del master dedicato alla salute unica insieme alla professoressa Isabella Saggio (non coinvolto nella ricerca).
Università e società civile
«Il precursore concettuale del termine è considerato Calvin W. Schwabe, veterinario ed epidemiologo che già tra gli anni ’60 e ’80 parlava di One Medicine. L’espressione iniziò a circolare nei primi anni Duemila, per poi ottenere il riconoscimento ufficiale dell’OMS nel 2017». Le università stanno facendo la loro parte per diffondere il paradigma, erogando insegnamenti sempre più “contaminati”: da moduli di “Crisi sociale” a “Richiesta energetica ed ecologica”, passando per “Emergenza sanitaria” e “Biomarketing”. «L’obiettivo è creare politiche efficaci, basate su evidenze scientifiche, per preservare la biodiversità in modo sostenibile», conclude Musarò. L’auspicio, riportato nel paper di Mataragka, è l’istituzione di un sistema in grado di individuare segnali precoci dell’aumento delle malattie croniche. Una piattaforma internazionale, finora assente, da predisporre al più presto. Perché il benessere di un animale è il nostro.
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Riferimenti: Mataragka, A.. 2025. “ Beyond Infections: The Growing Crisis of Chronic Disease in Animals.” Risk Analysis 45, no. 12: 4796–4803. https://doi.org/10.1111/risa.70130
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5 gennaio 2026 ( modifica il 5 gennaio 2026 | 08:26)
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