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Elisa Messina
La situazione nell’isola caraibica, storica alleata del Venezuela, è quasi al collasso per la carenza di carburante, i continui blackout e l’inflazione che mette a dura prova la resilienza dei cubani: «Con la pensione di 3000 pesos non si campa»
L’AVANA – «Fossi il governo cubano mi preoccuperei. Sì, di Cuba dovremo parlare: è una nazione in fallimento». Le parole di Donald Trump, a cui hanno fatto eco quelle del segretario di Stato Marco Rubio, subito dopo l’attacco americano in Venezuela e la cattura del presidente Maduro, sono la freccia avvelenata lanciata dalla Florida all’Avana, direttamente nelle stanze del presidente cubano Miguel Diaz Canel: solo 360 chilometri, in fondo, separano la residenza del presidente Usa a Mar-A-Lago dalla grande Plaza della Revolution con l’effigie di Che Guevara.
Il blitz di Caracas è un duro colpo per l’Isola caraibica, alleata e partner storico del Venezuela dai tempi della presidenza di Ugo Chavez. E potrebbe rappresentare la spallata finale al regime di un Paese quasi al collasso, tra crisi energetica ed economica profonda, inflazione, blackout quotidiani ovunque, infrastrutture allo sfascio, povertà in aumento, epidemie di arbrovirosi e crollo del turismo. Forse non servirebbe neanche un blitz.
Siamo alla crisi peggiore dai tempi del crollo del blocco sovietico e della fine degli aiuti dell’Urss all’isola. A Cuba si parla di quegli anni come del «periodo especial», ma secondo i cubani la crisi di oggi è persino peggiore, perché non si vede via d’uscita e soprattutto perché la fiducia nelle istituzioni socialiste del Paese, vera forza ideologica che spingeva la popolazione a tenere duro, sembra venuta meno.
«La rivoluzione socialista è rimasta un mito solo per voi europei. Fidel lavorava per il bene del popolo ma i governanti di oggi sono corrotti», dice schietta Eleonor, guida turistica all’Avana. Ma questo è un refrain che capita di sentire davvero ovunque in giro per l’Isola.
Milizie e medici per Caracas, petrolio per l’Avana
Con la fine dell’Unione sovietica Cuba perse il suo principale fornitore di carburante. Poi Castro intensificò i rapporti con il Venezuela socialista di Ugo Chavez che diventò il nuovo «Paese fratello».
Lo scambio ha funzionato così: il Venezuela fornisce a Cuba il petrolio a prezzo basso e in cambio Cuba al Venezuela fornisce personale e servizi sanitari – vera eccellenza dell’isola – , attività di intelligence e milizie ben formate. «Tutto il servizio di sicurezza del presidente Maduro è formato da militanti cubani addestrati ad hoc», spiegava ai visitatori, con un certo orgoglio, la guida del Centro Fidel Castro, recente e tecnologico museo dell’Avana che celebra vita e imprese del «leader supremo». Proprio quelle milizie che sono state uccise dalle truppe speciali Usa durante l’operazione di cattura del presidente venezuelano.
Benzina introvabile
Dopo il periodo del Covid, vero spartiacque per il crollo dell’economia cubana, e l’inizio del blocco delle petroliere venezuelane da parte del governo Trump, la carenza di combustibile è diventata non sporadica ma sistemica. Tutti capita di vedere code alle pompe di benzina, di trovarle chiuse o di sentirsi dire, dopo magari lunghe attese, che è terminata. Mai, poi, fare benzina nel pomeriggio: per via delle interruzioni di corrente sempre più prolungate i distributori, tutti statali, chiudono perché non possono attivare le pompe.
Succede anche ai bus di linea del servizio turistico statale, quelli che, teoricamente, non dovrebbero avere problemi di rifornimento: un tragitto di quattro ore, per esempio, da Santa Clara all’Avana, può diventare un’odissea di 7-8 ore con deviazioni continue alla ricerca di un rifornitore a cui il governo locale conceda l’attivazione temporanea di una pompa. E niente pieno, ma solo il necessario per il tragitto previsto. Con il rischio di fermarsi, al buio, ai bordi della dissestata autostrada n°1.
Nelle città più grandi si è diffusa anche la vendita clandestina di benzina: un acquisto che i cubani fanno a proprio rischio, visto che spesso è di pessima qualità.
Interruzioni di corrente che durano anche 20 ore
Ma quello che sta davvero mettendo a dura prova la storica resilienza dei cubani sono le interruzioni di corrente: costanti e prolungate. Dovute alla crisi di carburante e a centrali obsolete. «Siamo arrivati anche a 20 ore senza elettricità» spiega Rosa, professoressa di biologia in pensione che vive in una piccola abitazione al Miramar, quartiere dell’Avana vicino al lungomare, quel Malecon che fino a pochi anni era la meta prediletta delle passeggiate serali dei cittadini, ma ora, al buio, non è più così frequentato. «Non possiamo conservare alimenti in freezer, non possiamo permetterci un generatore valido: costa più di mille euro», spiega ancora Rosa. Va un po’ meglio a Serge, che lavora come concierge e maggiordomo tuttofare in un piccolo hotel del Vedado: «Siamo vicini a un ospedale molto importante, quindi da noi le interruzioni durano poco». Il quartiere, uno dei più belli dell’Avana per le ville e i palazzi in stile coloniale, mostra ancora i lussi degli anni 20-30, ma la metà delle costruzioni sono in rovina.
Il buio accompagna, da diversi anni, la quotidianità serale dei cubani: camminando in qualsiasi quartiere dell’Avana, di Santa Clara, di Pinar del Rio, o dei pueblos più piccoli, si notano – le porte delle case sono quasi sempre aperte – persone anziane sedute nei piccoli soggiorni illuminati solo da una o due candele.
Chi, come Rosa, vive degli stipendi o delle pensioni statali, ovvero la maggioranza della popolazione, è ai limiti dell’indigenza se non può contare sulle rimesse di parenti emigrati all’estero.
Tutta colpa dell’embargo?
La crisi energetica è colpa dell’embargo statunitense, ovvero il divieto dei commerci Usa-Cuba, quello che qui chiamano «El bloqueo»? Certamente in tutti questi anni l’embargo ha avuto un peso ed è evidente che la carenza di carburante ha generato criticità a cascata. Con la presidenza Trump, poi, il «bloqueo» è stato ulteriormente rafforzato e le aperture avviate nell’era Obama definitivamente archiviate.
Ma la crisi attuale di Cuba dipende anche da scelte politico-strategiche interne sbagliate, a partire dalla drastica riduzione della produzione agricola e industriale.
Fernando, professore di matematica per bambini plusdotati (nelle scuole medie cubane esistono corsi extra per individuare le menti più eccellenti) ci racconta che il Paese era il primo produttore mondiale di canna da zucchero. Poi, negli anni 90, il governo ha deciso di ridurre drasticamente la produzione per spostare le risorse sul più redditivo turismo allora in crescita. Peccato che ora sia crollato di oltre il 35% e ristoranti e hotel siano quasi vuoti. Così il Paese si ritrova a importare l’80% dei prodotti essenziali. Anche la produzione industriale è crollata. Ed è stata ridotta anche quella, preziosissima, dei farmaci. Su questo fronte l’embargo pesa ancora: alla fine del «periodo especial», quando il welfare era ancora decente e il turismo in crescita, le case farmaceutiche cubane potevano acquistare materia prima e produrre per conto proprio. Ma ora le farmacie sono desolatamente vuote. E anche per le medicine è cresciuto il mercato nero. «La normalità adesso è che il medico ti dice: “Ti servirebbe questo farmaco, ma è inutile che io te lo prescriva, perché non lo trovi, a meno che non riesca a procurartelo… in qualche modo”» racconta ancora la pensionata Rosa. Dove per «in qualche modo» si intende il mercato nero.
C’è un mercato nero o parallelo praticamente per tutto. E oggi i cubani sono in generale stufi di sentire la propaganda governativa che addossa tutte le colpe al «bloqueo». «Se il commercio con gli Usa è bloccato com’è che tutto il pollo che acquistiamo viene da lì?» si sente dire praticamente ovunque. Già, com’è?
Accattonaggio, homeless che dormono sotto i porticati o persone che rovistano nella spazzatura non si vedevano spesso nelle città cubane prima, ma ora sono la norma. E sono lo specchio di una disuguaglianza sociale crescente e paradossale per il Paese socialista dove «tutti hanno sempre avuto poco ma nessuno moriva di fame, l’assistenza medica è ottima e l’istruzione pure» ricorda Serge.
L’economia si «dollarizza» e il pesos si svaluta
Negli ultimi anni il governo cubano ha aperto alla valuta straniera e a una parziale e controllata libertà di impresa: la proprietà privata è prevista, anche se con molti vincoli, dalla Costituzione del 2019 (assieme alla libertà di pensiero e di espressione) e gli scambi commerciali in dollari sono ammessi: i negozi sono stati autorizzati dallo Stato a vendere direttamente nella moneta americana ed è qui che si trova la merce. Ma chi non ha accesso alla valuta straniera vive male perché la crescente dollarizzazione dell’economia ha accentuato la svalutazione del pesos e l’inflazione. Mentre le «bodegas» statali dove si vendono a basso costo, e in pesos, i generi essenziali per i più indigenti (hanno una tessera ad hoc), sono riforniti in modo discontinuo.
«Non si campa con stipendi da 3000 pesos»
Il governo ha cercato di arginare la crisi del pesos con alcune, fallimentari, riforme valutarie e due diversi livelli di cambio: una per le transazioni dove un dollaro viene pagato circa 25 pesos, una per le persone, nelle banche o case di cambio (Le Cadeca) dove si cambia a 120 pesos circa. Ma nel terzo livello, quello ufficioso, un dollaro viene pagato circa 450-470 pesos. E questo è diventato il cambio applicato nei negozi, nei ristoranti, nelle case particular (i B&B sorti alla fine degli anni 90) e in altri servizi. Per cui gli stranieri e i cubani che ricevono dollari da rimesse o dai loro piccoli business privati (chioschi, negozietti, bar, servizi turistici, mance) se la cavano meglio ma per chi vive solo di pesos la situazione peggiora di giorno in giorno: un insegnante guadagna 3000 pesos al mese, ovvero meno di 7 dollari al cambio più diffuso. Un medico può arrivare a 30, 40 dollari. Capita ogni giorno di imbattersi in insegnanti o infermieri che raccontano di essersi licenziati per diventare guide turistiche, autisti o camerieri per sfamare le famiglie: «È dura insegnare in scuole dove ti rendi conto che i bambini arrivano senza aver fatto colazione perché i genitori non sono riusciti a trovare del latte» racconta l’insegnante di matematica Fernando. Lui è uno di quelli che resiste, ma può contare rimesse della sorella che lavora in Cile.
Piccole imprese e piccoli oligarchi
Lo sviluppo delle micro e piccole imprese (Mypimes), a partire dai semplici chioschi per strada, rappresenta effettivamente nuove opportunità per molti. Ma la libertà di impresa ha generato anche qualche stortura.
Per esempio è nata una classe di imprenditori che a loro volta danno lavoro ad altre persone, in caffetterie, ristoranti, negozi, graziosi boutique hotel con sei o sette stanze. Ma capita abbastanza spesso, spiega un cameriere di Trinidad, la bellissima città del sud patrimonio dell’Unesco, che una parte del salario sia in nero: il datore di lavoro risparmia sulle tasse e il lavoratore ha prezioso contante in tasca: qui tutto gira in contanti.
Ma il nero non è il solo effetto negativo della giovane libera economia cubana. Parlando con guide turistiche, autisti sì scopre che molte attività più strutturate come ristoranti, hotel, piccole flotte di taxi, aziende sono intestate a prestanome dietro cui si celano figure vicine al governo o ai vertici militari.
Questa opacità sta creando una sorta di oligarchia agganciata al potere che, facendo le debite proporzioni e con modalità diverse, somiglia a quella nata in Russia dopo il crollo dell’Urss: piccole opportunità per molti, ma arricchimento solo per i pochissimi che hanno buone relazioni.
In questo quadro già disastrato la crisi sanitaria è stata aggravata negli ultimi mesi dalle epidemie di varie forme di arbovirosi: Chikungunya, Dengue e Oropouche. La Chikungunya – malattia virale trasmessa dalle zanzare, che causa febbre e forti dolori articolari e può portare a disabilità prolungata – è la più diffusa e grave: non c’è famiglia cubana che non abbia avuto almeno un malato. La carenza di farmaci ha fatto aumentare il numero dei decessi soprattutto tra i bambin e gli anziani e scoraggiato ulteriormente il turismo internazionale.
Cuba sta perdendo anche le sue braccia: la fuga dall’Isola ha le dimensioni di un vero spopolamento, soprattutto di giovani, verso gli USA o altri Paesi dell’America Latina: gli abitanti di Cuba sono passati da 11 a 9 milioni in pochi anni.
E adesso?
Dalle pagine dell’organo del Partito Comunista, la «Granma», il presidente ha condannato l’aggressione militare americana in Venezuela come «terrorismo di stato» e ha proclamato che Cuba resta al fianco del Venezuela. Rivolgendo al popolo l’ennesimo appello all’unità.
Dalla Florida, il segretario di Stato Marco Rubio, cubano-americano di Miami, non ha mai nascosto di volere un cambio di regime all’Avana: in un’intervista del 2019 aveva dichiarato che se la caduta di Maduro avesse comportato il crollo del governo cubano ne sarebbe stato lieto.
In verità, viaggiando per l’isola si ha l’impressione che la gente desideri pane, farmaci, paghe decenti e giustizia sociale, prima ancora che libertà politiche: «Aumentiamo l’apertura ai capitali stranieri, alla libertà di impresa ma teniamoci stretti la sanità e l’istruzione pubblica come li aveva pensati Castro, non come negli Usa» è la ricetta economico-politico di Enrique, 40enne autista e guida turistica di Pinar del Rio – ma era un docente di inglese – che ha comprato un vecchio van con cui porta in giro turisti e ora con i risparmi sta per acquistarne un altro. Ma è un desiderio ricorrente.
Certo, parlando con i giovani della generazione Z, nonostante l’indottrinamento scolastico, è evidente che quello della Rivoluzione non è proprio uno dei loro miti preferiti.
La diversa sensibilità tra le generazioni è marcata.
Ma è difficile immaginare come potrebbe reagire a un eventuale blitz militare americano (ammesso che il sistema non collassi da solo) il popolo cubano. Che nonostante tutto, resta un popolo orgoglioso, educato a coltivare l’autonomia e la solidarietà reciproca. E con un’incredibile capacità di resilienza alle crisi.
5 gennaio 2026 ( modifica il 5 gennaio 2026 | 18:18)
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