di
Giulio Gori e Giovanni Guidi
Una madre fiorentina ha scritto a Comune, Metrocittà, Asl, vigili del fuoco, Prefettura per chiedere «se i luoghi che i nostri figli frequentano qui, nella nostra città, siano davvero sicuri». I gestori: abbiamo un’attenzione maniacale alla sicurezza
Un’urbanistica complicata, fatta di palazzi angusti, con tante attività sorte nel sottosuolo. Dopo la tragedia di Crans Montana, con la discoteca Le Constellation andata a fuoco e decine di giovani rimasti uccisi, anche Firenze si interroga sulla sicurezza dei locali sotterranei del centro storico.
C’è allarme soprattutto tra i genitori: una madre fiorentina ha scritto a Comune, Metrocittà, Asl, vigili del fuoco, Prefettura per chiedere «se i luoghi che i nostri figli frequentano qui, nella nostra città, siano davvero sicuri» e per invocare verifiche sulla sicurezza, la prevenzione antincendio, il rispetto delle capienze, la presenza delle uscite di sicurezza e dei piani di evacuazione.
Un’altra, dopo aver scritto al Comune, si è rivolta al nostro giornale per porre l’attenzione sui circoli privati e segnalare il caso di un’associazione che organizza concerti: «Al locale si accede tramite una scala molto stretta e si trova in un seminterrato, privo di qualunque uscita di sicurezza. Nonostante ciò, vi vengono stipate decine di persone».
Ma qual è la situazione delle feste consumate nei sottosuolo di Firenze? In centro, tranne l’eccezione dello Space Electronic, le discoteche sono tutte in seminterrati, dallo Yab di via dei Sassetti, al Club 21 di via de’ Cimatori fino al Full Up di via della Vigna Vecchia.
Ma, raccontano i gestori dello Yab, l’attenzione alla sicurezza antincendi è maniacale: «Non facciamo entrare più di 450 persone e abbiamo cinque uscite di sicurezza, abbiamo tutti materiali ignifughi di classe zero e certificazioni che costano tantissimi soldi. La commissione provinciale di vigilanza poi fa controlli di continuo». Gli altri due locali ora sono chiusi per la bassa stagione turistica, ma quando sono in attività fanno il pienone.
E fanno filtro ai troppi ingressi con le liste, anche se la scorsa estate al Club 21 nella sala principale i clienti erano spesso molto pigiati. E c’è chi ricorda il terrore del 27 maggio 1993, quando il locale si chiamava ancora Andromeda, e non distante esplose la bomba ai Georgofili: «Là sotto pensammo che saremmo rimasti tutti sepolti».
Sul fronte dei bar e dei club privati, negli scorsi anni hanno chiuso locali come la Sala Prove di via de’ Bardi, dove nacquero i Litfiba, il Disagio di via Mazzetta, l’afterhour dell’Oltrarno, e il Tabasco di piazza Santa Cecilia, che nel 1974 fu il primo locale gay d’Italia.
Ma ne restano molti, come il night Chez Moi di via Porta Rossa, nato nel 1956, poi diventato il bar Loonees e rinato nel 2006: «Due uscite di sicurezza, mai fuochi d’artificio e soprattutto poche persone: quando abbiamo riempito i tavoli qui non entrano altri clienti», dice il direttore Francesco Giusti.
In via Nova de’ Caccini, il Jazz Club è in ferie e non c’è modo di verificare se oltre alla stretta scaletta d’ingresso ci siano altre uscite di sicurezza. Ma fuori c’è un cartello con scritto «massimo 99 persone» e quando è aperto chi vuole entrare deve aspettare fuori in coda che qualcuno lasci il locale.
Scala stretta e ripida anche per il bar I’ Margaritaio di via dell’Anguillara, dove non ci sono altre uscite, ma non si balla e si consuma ai tavoli o al bancone. In Oltrarno, c’è il Pozzo dei Desideri di borgo Stella dove alcuni concerti fanno il pienone in uno spazio piuttosto piccolo, mentre il Rasputin di Borgo Tegolaio ha un carattere più esclusivo: si suona il campanello, un cameriere ben vestito viene ad aprire e ci accompagna nel sottosuolo dove, tra oggetti di antiquariato e quadri a olio, ci sono meno di dieci tavoli.
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4 gennaio 2026
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