di
Sara Gandolfi

La situazione in Venezuela dopo l’attacco Usa. Il figlio di Maduro sta cercando di ritagliarsi un ruolo nel futuro del Paese

DALLA NOSTRA INVIATA 
BOGOTÀ – «La patria è in buone mani, padre». Nicolás Ernesto Maduro Guerra, detto il «Nicolasito», ha voluto rubare la scena, ieri, all’apertura dei lavori della nuova Assemblea nazionale venezuelana, dominata da una maggioranza chavista e considerata «illegittima» dall’opposizione. Mentre «papà» compariva in manette a New York, il figlio ha cercato di ritagliarsi un ruolo nel futuro del Paese: «Forse hanno rapito Nicolás e Cilia, ma non hanno rapito la coscienza di un popolo che ha deciso di essere libero. A te, Delcy Eloína, il mio sostegno incondizionato». Tutti gli occhi della nazione erano rivolti a lei, infatti: Delcy Rodríguez, l’ex vice del dittatore, che ha prestato giuramento come presidente ad interim del Venezuela nelle mani del fratello Jorge, capo del Parlamento.

Riusciranno i fratelli Rodríguez a barcamenarsi fra le pressioni di Trump e quelle degli altri poteri forti di Caracas? La partita a scacchi è ufficialmente aperta. 



















































La neo-leader ha dichiarato fedeltà a Maduro. «Giuro con rammarico, per la sofferenza causata al popolo venezuelano, per un’aggressione militare illegittima contro la nostra patria, per il rapimento di due eroi che sono ostaggi negli Stati Uniti». Inchino dovuto, per tranquillizzare gli altri due pilastri su cui si regge il patto civico-militare che da 26 anni governa il Venezuela: il ministro della Difesa Vladimir Padrino, che comanda le forze armate, e il ministro degli Interni Diosdado Cabello. Poi, però, Delcy ha aggiunto: «Giuro per garantire un governo che dia felicità sociale, stabilità e sicurezza politica». Un messaggio diretto all’amministrazione Trump, cui poche ore prima aveva rivolto l’invito a «lavorare insieme» per stabilire relazioni di «pace e dialogo, non di guerra».

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È una situazione delicata e molto instabile, che potrebbe da un momento all’altro ribaltare le sorti dei suoi protagonisti. «Siamo in stallo, e ne risentono anche i servizi di base, in particolare scuole ed ospedali, che già prima erano ridotti all’osso e in questi giorni sono ulteriormente rallentati», dice al Corriere Marcelo García Dalla Costa, Head of Emergency Response di Cesvi, che da tempo opera in Venezuela. 

«L’incertezza è totale. C’è molta più presenza di militari nelle strade, anche se a livello di spostamenti la situazione sta tornando alla normalità. Ma la gente ha paura. Per ora preferisce restare chiusa in casa in attesa di capire cosa succederà». Perfino la Russia, storica alleata di Caracas, ha esortato i propri cittadini a non recarsi in Venezuela «per la minaccia di ulteriori attacchi».

Il dipartimento di Stato americano ieri ha confermato che sta già «effettuando i preparativi necessari» per riaprire l’ambasciata a Caracas. Il che confermerebbe la volontà degli Stati Uniti di «gestire la transizione», come ha detto Trump. Ma all’interno del Venezuela domina ancora il rigido controllo delle forze armate e delle unità paramilitari, come i famigerati «colectivos» che pattugliano i quartieri e guidano la repressione. Lo dimostra l’arresto, ieri, di almeno 7 giornalisti, come ha denunciato l’opposizione. Ed è ancora precluso l’ingresso al Paese ai media stranieri.

Chi ha tentato di superare il confine al valico colombiano di Cúcuta è stato respinto in malo modo. «Per ora non c’è nessun nuovo ordine. E quello precedente vietava l’attraversamento agli stranieri», si limitano a dire le guardie in gilet verde scuro che presidiano il Ponte Internazionale Simón Bolívar. Passano a frotte, invece, i venezuelani: molti per far la benzina che in patria è un bene raro, nonostante le enormi riserve di petrolio; altri per fare affari, più o meno leciti. 

È una zona di giungla e montagne, in gran parte controllata dai guerriglieri colombiani dell’Eln, che sono di fatto diventati le guardie di frontiera: da qui passa il contrabbando di merci e di droga, da qui sono passati in questi anni milioni di venezuelani in fuga dalla dittatura e dalla fame. Lungo i 600 chilometri che separano la cittadina di San Antonio del Táchira, appena oltre confine, da Caracas ci sono 20 posti di blocco. I militari controllano tutto, e accettano mazzette.

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5 gennaio 2026 ( modifica il 6 gennaio 2026 | 08:29)