di
Francesco Bertolino
Dagli esordi come ambulante nei mercati di Dublino alla trattativa per acquistare per un euro la più grande acciaieria d’Europa, parla Michael Flacks: «Come Trump, sono bravo a scegliere i miei collaboratori»
«Se comprassi il Taranto Calcio, sono sicuro che lo porterei in Serie A. Come? È facile: comprando i migliori giocatori. Lo stesso intendo fare per l’Ilva». A Michael Flacks non manca certo la fiducia nei suoi mezzi, forgiata da una lunga ascesa imprenditoriale. Nato a Manchester nel 1967, a 15 anni Flacks ha lasciato la scuola per vendere giacche nei mercati di Dublino. La piccola attività da ambulante è presto diventata un punto vendita, poi una catena di negozi, Jacket City, ceduta negli anni ‘90 per «qualche milione». Con questi capitali, Flacks ha avviato l’attività da investitore: «Il mio mestiere è comprare aziende in crisi», dice da Miami dove vive e dove ha sede il Flacks Group.
Nel tempo il finanziere è così diventato proprietario di un produttore di vernici oberato di cause per l’uso di amianto, di un fornitore di servizi sanitari per carceri coinvolto in più processi, di miniere di caolino in Amazzonia con problemi ambientali. Presto, se la trattativa con il governo andrà a buon fine, Flacks potrà gestire anche l’Ilva, la più grande acciaieria d’Europa, per cui ha offerto un euro, promettendo cinque miliardi di investimenti. «Sarebbe la più importante acquisizione della mia storia, una grande sfida non solo economica, ma anche sociale e ambientale».
Come è arrivato da Miami all’Ilva di Taranto?
«La guardavamo da tempo, ma in passato c’era troppa concorrenza. Tutti ci dicevano che eravamo pazzi, ma noi più studiavamo l’affare, più ci entusiasmavamo: per le dimensioni, per le opportunità di sviluppo e per le sinergie con il porto di Taranto».
Un big dell’acciaio come ArcelorMittal non è riuscito a rilanciare l’Ilva: voi come pensate di farcela?
«L’Italia ha bisogno di un’acciaieria come l’Ilva per l’industria alimentare, per la produzione di auto, per strade e ponti. Non si può semplicemente continuare a importare dalla Cina e, per fortuna, anche l’Unione europea se ne è accorta e ha iniziato a introdurre dazi per arginare la concorrenza sleale di Pechino».
I sindacati sono meno entusiasti della vostra vittoria nell’asta. La Fiom ha detto che l’Ilva non deve finire in mano a un fondo speculativo.
«Non siamo un fondo di investimento. È il mio denaro e Flacks Group è la mia azienda, non ho investitori né azionisti esterni. Non sono un ente di beneficenza, ma non sono nato miliardario, non fumo sigari e non vivo in un castello isolato: cerco di ottenere profitti trattando bene le persone. Chi ha dubbi lo dica: sono pronto a venire nelle prossime settimane in Italia per incontrare sindacati ed enti locali».
La Uilm fa invece notare che mancate di «solidità industriale» e non vi siete «mai occupati di acciaio».
«Io mi occupo di soldi e porto competenze. Per l’ex Ilva ho messo assieme un team di esperti di siderurgia: ci sono anche grandi ex manager dal gruppo US Steel. È la squadra che conta e io sono bravo a scegliere i giocatori. Neanche Donald Trump governa l’America da solo: si è circondato di persone straordinarie».
E come finanzierete i 5 miliardi di investimenti promessi?
«Ne ho discusso con le banche e il governo ha visto il business plan affinato con i consulenti di Boston Consulting Group: 5 miliardi non sono una cifra enorme rispetto ai profitti che l’azienda potrà generare se riusciremo a portare la produzione di acciaio a 4 milioni di tonnellate e poi, in pochi anni, a 6 milioni».
Quando si chiuderà il negoziato con il governo?
«Al massimo in quattro mesi, ma mi piacerebbe avere le chiavi dell’impianto entro febbraio e vorrei il governo come partner al 40%».
Fra i vostri investimenti di successo citate Kelly-Moore Paint che però ha chiuso nel 2024: perché la considerate una «missione compiuta»?
«Kelly-Moore Paint era un produttore di vernici in declino, con enormi problemi con l’amianto. Siamo riusciti a smembrare il gruppo e a far riassumere tutte le persone in altre aziende di vernici. È stata una ristrutturazione di grande successo: nessuno ha perso il lavoro e i negozi sono stati rilevati dai concorrenti. Succede dappertutto così: le grandi aziende diventano sempre più grandi ed efficienti, le piccole muoiono».
Una volta ha detto: «Non mi dispiace rilevare aziende destinate a spegnersi in 15-20 anni». È il caso dell’Ilva?
«No, mi riferivo ad altri tipi di imprese. Comprerei per esempio un produttore di motori a combustione: non sono ideali per l’ambiente, ma non avremo tutti un’auto elettrica domani. L’azienda può perciò operare per altri 10-15 anni, dando ai dipendenti tempo di andare in pensione o trovare un altro lavoro; può cioè morire con dignità. L’Ilva ha invece un grande futuro».
Nuova app L’Economia. News, approfondimenti e l’assistente virtuale al tuo servizio.
SCARICA L’ APP

Iscriviti alle newsletter de L’Economia. Analisi e commenti sui principali avvenimenti economici a cura delle firme del Corriere.
6 gennaio 2026 ( modifica il 6 gennaio 2026 | 07:41)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
