Il remake è una pratica che generalmente non viene vista di buon occhio. Anzi, diciamo pure che ha una pessima reputazione, o come scrive Giulia Carluccio in America oggi. Cinema, media, narrazioni del nuovo secolo, gode in genere di scarsa considerazione critica. Come formula narrativa viene percepita come un sintomo di stanchezza creativa, un’operazione cinica per un’industria che deve fare i conti con l’assenza di idee. Questa condanna aprioristica non tiene forse conto del fatto che il remake è sempre esistito e ha abbracciato tanto le variazioni autoriali quanto il cinema classico hollywoodiano, anche se evidentemente nella contemporaneità qualcosa è cambiato, e non solo in termini qualitativi ma quantitativi. I remake continuano a essere una scelta frequente: permettono agli autori di riproporre una storia già nota da una prospettiva nuova o di adattare un testo cinematografico ai gusti o ai temi delle generazioni contemporanee. Esistono infatti opere che al cinema hanno saputo cambiare pelle, che si sono poi rivelate operazioni estremamente intelligenti, emancipandosi dall’originale, entrandoci in dialettica e rimanendo in piedi con le proprie forze.

Come Suspiria, opera immortale di Dario Argento che nel 2018 ha trovato una nuovo baricentro ideologico con Luca Guadagnino, autore di un remake piuttosto criticato dallo stesso regista; The Departed: nel 2006 Martin Scorsese gira la versione americana di un crime del 2002 dal titolo Infernal Affairs; Scarface, capolavoro del 1983 diretto da Brian De Palma, che è a sua volta il remake di Scarface – Lo sfregiato, un classico di Howard Hawks del 1932. Certo, queste sono opere particolarmente riuscite, pellicole che sono diventate riletture puntuali del materiale originale, che hanno saputo interrogare il proprio tempo, lasciando emergere nuovi significati, spostando la dimensione ideologica della storia preesistente, spesso entrandoci anche in aperta contraddizione.

Il remaking è una pratica che oltre ad abitare in maniera consistente la contemporaneità, è peculiare anche e soprattutto del cinema delle origini. Uno dei primi celebri remake della storia risale al 1904, e si tratta di una rivisitazione di The Great Train Robbery di Edwin S. Porter, pietra miliare nella produzione cinematografica, ripreso da Siegmund Lubin. Questo modo di fare cinema, pur con i suoi limiti e le sue opacità, non era oggetto di delegittimazione o sospetto, ma fungeva da componente strutturale del medium stesso: è una consuetudine che attraversa la storia del cinema e che ha coinvolto anche uno dei suoi autori più celebri e rappresentativi, come Alfred Hitchcock. L’uomo che sapeva troppo, infatti, conosce due versioni distinte: una uscita nel 1934, l’altra nel 1956.

Il remake come traduzione e rinegoziazione del senso

Come si legge nel testo seminale Il cinema secondo Hitchcock, François Truffaut osserva, discutendo delle due opere, che “Nella prima versione le inquadrature erano spesso mobili, c’erano diverse panoramiche, per esempio dalla testa dell’assassino a quella della donna, e da questa a quella dell’ambasciatore. Il remake è più rigoroso e segmentato”. Il regista inglese avrebbe poi replicato a queste considerazioni di Truffaut che “la prima versione è stata fatta da un dilettante di talento, mentre la seconda da un professionista”, sottolineando come la stessa opera rappresentava due momenti distinti della sua poetica autoriale, oltre che del contesto industriale e culturale.

Un remake è inevitabilmente una traduzione, e quindi per sua natura un tradimento dell’opera originale, un rapporto complesso che intercorre tra due testi e che abbraccia epoche, sensibilità, valori, immaginari differenti. Un processo produttivo e narrativo che comporta sempre una rinegoziazione linguistica, contenutistica, di forma, dei dispositivi estetici, ed etici, ma soprattutto del senso. Solo nel 2025 possiamo contare diversi remake approdati in sala e in streaming, come Bugonia, diretto da Yorgos Lanthimos, con Emma Stone e Jesse Plemons, remake del film sudcoreano del 2003, Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan, o Lilo & Stitch, diretto da Dean Fleischer Camp, remake live action dell’omonimo film d’animazione del 2002, e ancora Biancaneve, diretto da Marc Webb, altro remake live action del classico del 1937. Solo negli ultimi anni, Disney ha prodotto numerose opere in live-action basate sui suoi classici animati, a partire da Mulan, film diretto da Niki Caro, remake in live action dell’omonimo film del 1998, La sirenetta, diretto da Rob Marshall, remake live action dell’omonimo film d’animazione del 1989, fino al Dumbo diretto da Tim Burton, remake in live action del film d’animazione del 1941.