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Danilo di Diodoro
La procrastinazione non è pigrizia, ma una reazione psicologica di evitamento di un disagio. La buona notizia è che l’abitudine può essere spezzata. La chiave è cominciare
Per molte persone, gennaio è il mese dell’autodisciplina e dei buoni propositi. Smettere di mangiare male, di bere alcol, iniziare a fare esercizio fisico, ma anche portare a termine gli impegni e, per gli studenti, mettersi in pari con lo studio.
Il problema è che l’autodisciplina non basta quando l’indole ci spinge a rimandare, perché la procrastinazione non è pigrizia, ma un modo di pensare rigido: è una tendenza legata alla nostra reazione inflessibile al disagio e all’incertezza.
Non è quindi un problema di pianificazione del tempo, ma di regolazione delle emozioni. Le persone rimandano perché il cervello vuole sfuggire a uno stato interiore difficile.
La buona notizia è che allenare il nostro cervello a essere più flessibile è possibile.
Il fallimento dell’auto-regolazione
Secondo quanto riportato da un gruppo di psicologi e psichiatri inglesi e italiani guidati da Bruce Fernie, del Department of Psychology del King’s College di Londra, che hanno pubblicato uno studio sul Journal of affective disorders, la tendenza a rinviare sarebbe una sorta di fallimento dell’auto-regolazione, un tentativo di gestire emozioni e comportamenti, che però si traduce in esiti di maladattamento psico-sociale.
Ma non tutti i procrastinatori sono uguali. Possono rinviare con modalità diverse e gli psicologi li hanno divisi in intenzionali e non-intenzionali, attivi e passivi:
- gli intenzionali si rendono conto del loro comportamento di rinvio;
- i non-intenzionali ne sono meno coscienti;
- gli attivi sono convinti che il rinvio del loro compito sia non solo necessario, ma anche utile, perché servirà a raggiungere un risultato migliore;
- i passivi non fanno nessun ragionamento specifico né hanno una strategia: semplicemente si ritrovano a ridosso della scadenza e solo allora decidono di rimboccarsi le maniche, con risultati spesso insoddisfacenti.
La teoria del Sé diviso degli studenti
Da un punto di vista psicologico, la procrastinazione è fortemente improntata all’irrazionalità. Costituisce una specie di contorcimento logico: si sa che una certa cosa deve essere fatta, ma non la si fa.
I campioni assoluti di rinvio sono gli studenti: pensiamo a quanti si trovano alle prese in questo momento con compiti non fatti o esami da preparare.
In alcune ricerche di psicologia sociale è emerso che la procrastinazione arriva ad affliggerne fino al 70%, mentre tra gli adulti il fenomeno è presente in maniera consistente in circa il 20%.
Una ricerca condotta proprio su studenti ha dimostrato che il 65% di loro era consapevole di procrastinare lo studio in vista dell’esame e che in tal modo probabilmente sarebbero andati male e ne sarebbero stati infelici. Eppure continuavano a rinviare.
È come se dentro di loro ci fossero due persone distinte, e in effetti è stata avanzata la teoria del Sé diviso, secondo la quale una parte di sé è guidata dagli interessi a breve termine, come divertirsi e stare con gli amici, mentre l’altra è interessata a obiettivi di più lunga distanza. Il rinvio è motivato non solo dalla scelta piacevole dell’immediato, ma anche dalla convinzione più o meno cosciente che domani non ci saranno le distrazioni di oggi (il che non è quasi mai vero).
Distrazioni in ufficio
Esiste anche una procrastinazione dei propri compiti lavorativi: molti impiegati occupano circa un’ora e venti del tempo in ufficio per attività personali, come inviare e-mail ad amici, navigare su Internet, pagare conti attraverso la banca online, gestire appuntamenti privati.
Il fenomeno è chiamato «presentismo», perché è una forma di assenteismo mentre si è presenti sul posto di lavoro.
È la «tentazione» una delle principali cause di rinvio continuo, e infatti da un punto di vista psicologico il rinvio viene associato a un incompleto controllo dell’impulsività. E la tentazione diventa fortissima quando sul computer c’è a portata di mano l’universo di Internet.
Tiro alla fune
Neuroscientificamente, la procrastinazione può essere spiegata anche come un tiro alla fune tra due sistemi.
Uno è il sistema della minaccia, che si attiva quando un compito appare incerto o impegnativo.
L’altro è il sistema della ricompensa, che si attiva quando qualcosa ci fa sentire bene in quel momento.
Quando il sistema di minaccia prevale, può essere impossibile iniziare. Per i pensatori rigidi, in particolare, il cervello fatica ad aggiornare la sua previsione iniziale che il compito sia minaccioso od opprimente. L’evitamento diventa l’unica opzione, e quel piccolo sollievo insegna al cervello a ripeterlo. L’evitamento a sua volta impedisce al cervello di scoprire che iniziare è spesso gratificante e il primo passo può rilasciare dopamina.
Chi ben incomincia…
Qualcosa allora si può fare: non si tratta di diventare genericamente più disciplinati, ma piuttosto di «costringersi» a fare il primo, anche piccolo, passo.
Ad esempio riducendo il compito in unità più piccole e gestibili: questo riduce la minaccia percepita di un compito ampio e infattibile. Anche piccole azioni di avvio del lavoro possono interrompere lo stato di «blocco»: aprire il libro, appoggiare gli appunti sulla scrivania. Funziona anche abbinare il compito a qualcosa di piacevole (musica, una bevanda calda o lavorare insieme ad altri).
E la flessibilità migliora con la pratica. Ogni volta che fai un piccolo passo dimostri al tuo cervello che iniziare è fattibile, sostenibile e spesso gratificante.
6 gennaio 2026
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