Che sia il traffico di droga, una presunta preoccupazione per il rispetto dei diritti umani, motivi di sicurezza nazionale o altro, ogni scusa è buona per Donald Trump per giustificare ipotetici attacchi nel cortile di casa americano. Dopo aver autorizzato il blitz che ha portato all’arresto del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, le mire del presidente americano si sono spostate su altri Paesi, non tutti così vicini ai confini statunitensi, col rischio di alimentare le critiche di quel mondo Maga che sente tradito il mantra dell’America First in nome della nuova Dottrina Monroe (anzi “Donroe“, come l’hanno ribattezzata a Mar-A-Lago). Tra questi c’è la Groenlandia, territorio danese, che il tycoon aveva dichiarato di voler annettere fin dall’inizio del secondo mandato. C’è l’Iran, già bombardato nel corso del conflitto con Israele e nemico storico degli Usa nell’area mediorientale. Ci sono anche la Colombia, uno dei tanti Stati socialisti sudamericani invisi al leader della Casa Bianca, e perfino il Messico, con cui era almeno riuscito a stipulare un accordo sull’immigrazione, e addirittura Cuba. Tutte le motivazioni addotte, però, non hanno niente a che vedere con quella che è l’unica in grado di muovere la macchina militare del presidente: gli interessi economici. Vale per il Venezuela, dove l’obiettivo dichiarato pubblicamente è quello di mettere le mani sulle sterminate riserve di petrolio e le allettanti ricchezze minerarie della repubblica bolivariana, come per tutti gli altri Paesi minacciati dal tycoon.
Groenlandia, il nuovo Eldorado
Le motivazioni di “sicurezza nazionale” scompaiono di fronte al valore economico e strategico che avrà nei prossimi anni il controllo di un territorio come quello della Groenlandia. L’enorme isola di ghiaccio è al centro di una disputa internazionale, e anche dei piani della criminalità organizzata, per accaparrarsi le enormi riserve di uranio, petrolio, piombo, oro, zinco, lantanoidi, scandio e ittrio del suo sottosuolo. Materiali, in alcuni casi, fondamentali per la produzione di componenti di smartphone, chip, batterie e sistemi tecnologici utilizzati nel campo delle rinnovabili. Settori strategici per l’economia del futuro e sui quali Stati Uniti ed Europa si trovano in netto svantaggio rispetto alla Cina che da diversi anni ormai si è portata avanti garantendosi il controllo delle miniere in diverse parti del mondo. Trump lo sa e mettere le mani sulla Groenlandia gli permetterebbe di colmare, almeno in parte, il gap con la Repubblica Popolare.
Così gli Stati Uniti si collocherebbero in prima fila nella grande corsa mondiale per l’Artico che, con lo scioglimento dei ghiacciai, non solo garantirà l’accesso a nuovi giacimenti, ma aprirà una nuova e, in futuro, primaria rotta commerciale in parte già sperimentata proprio dalla Cina che a ottobre ha fatto passare sopra la Russia una nave container diretta in Europa.
Colombia, plata o plomo?
La domanda (argento o piombo?), che richiama la celebre formula attribuita a Pablo Escobar per lanciare un ultimatum ai suoi avversari prima di scatenare la sua violenza contro di loro, è stata rivolta direttamente al presidente colombiano, Gustavo Petro, su X da Elon Musk. Un messaggio diretto come quello che gli aveva inviato poche ore prima anche l’omologo americano: “La Colombia è governata da un uomo malato a cui piace produrre cocaina, ma non ancora per molto” perché nel Paese è possibile una “missione statunitense simile” a quella venezuelana, ha dichiarato dall’Air Force One.
Non è però il traffico di droga il vero problema per Donald Trump. Lo dimostra il fatto che altri Paesi produttori di cocaina in Sudamerica non abbiano ricevuto lo stesso trattamento che l’inquilino della Casa Bianca ha riservato al leader chavista. Il Perù, ad esempio, è il secondo produttore di cocaina mondiale, proprio dopo la Colombia, ma non è mai stato attaccato da Washington. Così come la Bolivia, terzo produttore, e l’Ecuador, che vede passare sul suo territorio il 70% del traffico internazionale della coca. Forse perché alla guida non ci sono leader socialisti, ma presidenti di destra come, rispettivamente, José Jerí, Rodrigo Paz e Daniel Noboa.
Perché Petro è finito nel mirino di Trump, allora? I motivi sono da ricercare nelle furiose critiche che Bogotà ha riservato al presidente americano fin dall’inizio del suo mandato. La campagna di tagli alle agenzie umanitarie che operano fuori dai confini statunitensi ha colpito duramente anche il Paese sudamericano per centinaia di milioni di euro. Una situazione che è costata a Trump le critiche di Petro, dando inizio a uno scambio d’accuse tra i due che a ottobre ha portato al taglio di tutti i finanziamenti Usa al Paese. In parallelo, l’aggressiva politica dei dazi americana ha colpito inizialmente anche la Colombia, provocando un’altra reazione, salvo poi essere ridimensionata.
Petro, quindi, oggi rappresenta una voce scomoda per la leadership trumpiana. Ma non solo. Il presidente di Bogotà rischia di diventare, così come lo è anche il Venezuela, uno dei punti di riferimento della Cina nel continente. Non sarà piaciuta a Washington, ad esempio, la decisione di Petro di recarsi in Cina a maggio per annunciare la firma dell’accordo sulla Nuova Via della Seta o Belt and Road Initiative.
Messico, non varcare quel muro
Tra le terre da annettere, all’inizio del suo secondo mandato Trump non citava solo la Groenlandia. Anche i suoi vicini Canada e Messico erano finiti nella lista. Proprio il Paese latino e la sua presidente Claudia Sheinbaum erano stati messi fin da subito sotto pressione. Al di là delle provocazioni, come quella cambiare il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America, il vero punto di scontro era quello dei flussi migratori verso gli Stati Uniti, tra i principali argomenti sfruttati da Trump in campagna elettorale. Il tycoon voleva, e ha poi ottenuto, il dispiegamento di migliaia di militari al confine per impedire il passaggio dei migranti. E per convincere Città del Messico ad accettarli ha imposto tariffe pesantissime al Paese, salvo poi ridimensionarle una volta trovato un accordo.
Anche le parole riservate da Trump a Sheinbaum in queste ore tradiscono maggiore distensione rispetto al passato: “Il Messico deve darsi una regolata, dobbiamo fare qualcosa”, anche se la sua presidente Claudia Sheinbaum è “una persona fantastica, le offro ogni giorno di inviare truppe”, ha detto. Al momento, lo scontro sul Messico sembra puramente dialettico, anche se le frizioni non sono mancate negli scorsi mesi. In primis, lo Stato centroamericano è uno dei grandi produttori mondiali di acciaio che esporta anche negli Stati Uniti. Situazione che ha portato Trump a minacciare l’imposizione di nuovi dazi. Senza contare che il Paese ha rafforzato negli ultimi anni i rapporti con la Russia. Una situazione generale che, periodicamente, porta Trump a lanciare minacce isolate nei confronti del vicino, come quella di compiere raid mirati sul suo territorio per combattere il narcotraffico.
Iran, il nemico del mio amico è mio nemico
Le sparate contro Cuba sembrano più di circostanza che motivate da un reale piano d’attacco: l’isola caraibica, massacrata da una crisi senza fine, non rappresenta più un avamposto così strategico per gli avversari come fu durante la Guerra Fredda e non vanta nemmeno grandi risorse strategiche da poter attaccare. Diversa invece la situazione dell’Iran, già vittima dei missili di Washington a giugno con l’obiettivo, non si sa quanto veramente raggiunto, di fermare il processo di arricchimento dell’uranio che il Paese ha ripreso dopo la decisione, sempre di Trump, di stracciare l’accordo sul nucleare Jcpoa firmato nel 2015.
La Repubblica Islamica rappresenta un ostacolo per gli affari di Trump per diversi motivi. Storicamente, Teheran è il più importante alleato della Russia nell’area mediorientale, alla guida di quella Mezzaluna sciita oggi sgretolata che comprendeva anche la Siria degli Assad e il Libano degli Hezbollah. Ma oggi non è tanto il ruolo strategico di Teheran a infastidire il tycoon che gode, in realtà, di buoni rapporti con Vladimir Putin. La repubblica degli ayatollah è soprattutto il nemico giurato di Paesi con i quali gli Stati Uniti non solo sono alleati, ma con i quali vogliono riprendere a fare affari. Uno su tutti Israele che, col governo di estrema destra guidato da Benjamin Netanyahu, ha deciso di chiudere i conti con tutti i nemici giurati. Così, tra attentati e attacchi militari contro Hezbollah, oltre due anni di raid per “srdaicare” Hamas (e la popolazione di Gaza) e bombardamenti in collaborazione con gli Usa contro gli Houthi nello Yemen, ha attaccato per ben due volte anche l’Iran.
Ma il Paese persiano rappresenta un problema anche nei rapporti con un altro gigante del Golfo: l’Arabia Saudita. La tensione non è alta come in passato da quando, nel 2023, i due Paesi hanno riallacciato rapporti diplomatici. Il problema è che questi sono stati possibili grazie all’intermediazione della Cina, non degli Usa. L’Iran rimane comunque un competitor di Riyad che, a sua volta, è il principale obiettivo americano per l’allargamento dei tanto pubblicizzati Accordi di Abramo. Che sia a causa della repressione contro i manifestanti (è questa l’ultima giustificazione di Trump), per le minacce a Israele o per l’avanzamento del programma nucleare, Teheran rappresenta certamente il principale nemico degli Stati Uniti in Medio Oriente. Un nemico che Trump potrebbe di nuovo cercare di colpire.