Donald Trump assicura che la cattura di Nicolas Maduro in Venezuela è il primo passo di una serie di operazioni militari speciali che gli Stati Uniti condurranno nei prossimi mesi. La lista dei sogni geopolitici è lunga: annettere la Groenlandia a spese della Danimarca (in teoria alleato Nato), rimuovere il presidente colombiano Gustavo Petro, «un uomo malato a cui piace produrre cocaina», destabilizzare Cuba, controllare da remoto il Venezula, agire contro qualsiasi Stato sudamericano non allineato e, perché no, «fare qualcosa» in Messico, anche se al momento va d’accordo con la presidente Claudia Sheinbaum. 

Trump l’ha battezzata «Dottrina Donroe», facendo una crasi tra «Don» di «Donald» e Monroe, il cognome di James, presidente degli Stati Uniti che nel 1823 enunciò un concetto rispettato per duecento anni da ogni successore alla Casa Bianca: Washington deve imporre con qualsiasi mezzo la sua egemonia nell’emisfero occidentale. Nei fatti: l’America latina, visto che il Canada non ha mai creato grandi problemi. 

Stiamo davvero assistendo alla prima tappa della sofisticata nuova politica estera trumpiana o è il solito interventismo a casaccio di un presidente impulsivo che fino a poche settimane fa rivendicava con la stessa forza il Nobel per la Pace? Forse la seconda che ho detto, visto che la vincitrice del Nobel 2025, la venezuelana María Corina Machado, ha incassato un netto no da Trump alla possibilità di governare il paese dopo Maduro.

L’operazione di Caracas appare piuttosto come un esperimento calcolato: verificare fin dove Washington possa spingersi nel rovesciare un governo ostile senza restare invischiata in una lunga occupazione, aspettando la reazione del resto del mondo. Questa è una novità che non può non aver suscitato invidia a Vladimir Putin, vedendo gli Stati Uniti ottenere in poche ore ciò che la Russia non è riuscita a realizzare in quasi quattro anni di guerra in Ucraina.

Il problema, come sempre con Trump, è il metodo. Prima il raid, poi il tentativo di incasellarlo in una visione coerente. Prima la photo opportunity per scimmiottare Barack Obama nella situation room durante la cattura e omicidio di Osama Bin Laden nel 2011, poi la riflessione sulle conseguenze geopolitiche. A mettere una pezza con la stampa ci ha provato Marco Rubio. Il segretario di Stato americano ha provato a rendere compatibile il casino organizzato di Trump con un linguaggio diplomatico riconoscibile, sostanziando a parole sue la Dottrina Donroe. 

L’esito non è stato dei migliori. Rubio ha spiegato che la Casa Bianca non governerà il Venezuela, ma dai, ma ne «gestirà la politica». Cosa vuol dire, non si sa. Quindi, andando per esclusione: non un’occupazione, non un protettorato, ma una supervisione esterna delle scelte chiave. L’espressione è ambigua e forse è servita a passare la nottata mediatica, ma non sembra adatta a quanto invece sostenuto da Trump. Gli Stati Uniti quindi gestiranno da remoto la Groenlandia, Cuba e la Colombia? In questo caso più del Doge, il fu ministero di Elon Musk, servirebbe il Doge quello della Repubblica di Venezia.

Al momento l’amministrazione Trump sembra puntare non tanto alla democratizzazione del Paese quanto a un’intesa con settori dell’apparato chavista rimasti sul posto. L’obiettivo immediato è la stabilità, funzionale all’accesso alle immense risorse energetiche del Venezuela che ha le più grandi riserve di petrolio greggio al mondo. Per ottenerlo le navi da guerra americane rimangono sulle coste venezuelane, ma politicamente si naviga a vista. 

Senza considerare il nodo forse più delicato di questa strategia: se Washington rivendica apertamente la supremazia sull’emisfero occidentale, con quale credibilità potrà poi opporsi alle ambizioni di Pechino su Taiwan o a quelle di Mosca in Ucraina? Quest’ultimo scenario potrebbe persino rientrare, almeno in parte, nel calcolo di Trump, fin dai suoi colloqui con Vladimir Putin in Alaska. Ma concedere alla Cina un accesso strategicamente rafforzato al Pacifico significherebbe andare nella direzione opposta degli interessi di sicurezza americani. 

A Marco Rubio, figlio di rifugiati cubani anticastristi, forse interessa sostanziare la Dottrina Donroe per godersi la prossima vittima probabile della politica estera americana: Cuba. La caduta di Maduro rischia di privare l’Avana di una rendita miliardaria legata ai servizi di sicurezza e intelligence forniti al regime chavista. Un’occasione così per gli Stati Uniti è quasi irripetibile ed è probabile che Washignton agisca rapidamente per non perdere il momentum politico. 

Certo, colpire attori deboli e isolati dove il costo militare è basso e la risposta improbabile è facilissimo, farlo con alleati storici e Stati economicamente più strutturati no. Uno scontro con la Danimarca (e quindi l’Ue) sulla Groenlandia sarebbe un pesante salto qualitativo, mettendo in discussione l’ordine occidentale. Una mossa del genere rischierebbe di indebolire la sicurezza americana, spingendo partner storici a diffidare di Washington e a cercare alternative strategiche. 

Ma non serve pensare a scenari fantapolitici, basta guardare già cosa accade in Venezuela. Maduro è fuori dai giochi e subira il processo mediatico, ma i chavisti rimangono lì. La Dottrina Monroe poteva funzionare agilmente nel 1823 quando il destino degli Stati si poteva decidere muovendo pedine sulle cartine geografiche, o nel 1973 quando il mondo era diviso in blocchi e non esisteva una reazione mediatica immediata, ma oggi il mondo è sempre più multipolare. Come dimostra l’eroica resistenza ucraina, gli Stati minori possono opporsi, rendendo le sfere di influenza non zone di ordine, ma di conflitto latente.

Rubio questo concetto lo ha detto chiaramente dieci anni fa, quando era senatore e candidato alle primarie del Partito Repubblicano. Allora sosteneva che l’obiettivo strategico degli Stati Uniti non deve essere quello di combattere guerre lunghe, ma non doverle combattere affatto, perché la deterrenza funziona solo se è credibile. «Le nazioni libere continuano a guardare agli Stati Uniti come al punto di riferimento nella difesa degli ideali condivisi. Non possiamo garantire da soli pace e stabilità, ma senza di noi il mondo non è in grado di farlo. La vera domanda, quindi, non è se dobbiamo guidare, ma come farlo. E soprattutto: quali principi devono orientare l’esercizio del nostro potere». Ora Rubio deve sperare che Trump non abbia un account su Medium.