di
Barbara Visentin

L’artista, 26 anni, è stato «ripescato» da Carlo Conti: «Racconto la verità, il bello e il brutto, sulla mia terra»

Quando Carlo Conti, a sorpresa, gli ha proposto di trasformare la sua canzone «Emigrato» nel jingle del prossimo Festival di Sanremo, Welo è rimasto talmente spiazzato da non rendersene conto: «Lì per lì è stato così inaspettato che me ne sono anche scordato. La mattina dopo, appena ho recuperato lucidità, ho realizzato. Per me è un onore incredibile, a 26 anni, rappresentare una cosa del genere».

Nome d’arte di Manuel Mariano, Welo è stato uno dei finalisti di Sanremo Giovani, ma non ha conquistato il posto all’Ariston. La delusione, però, ha lasciato subito spazio all’entusiasmo, visto che nei giorni del Festival il suo ritornello sarà quello che si sentirà più spesso, come l’anno scorso è stato per «Tutta l’Italia» di Gabry Ponte: «Ho già consegnato il jingle, certo. Ci ho messo due giorni, non ho perso tempo. Sarà sostanzialmente “Emigrato”, ma un po’ rivista», racconta il rapper salentino. 



















































Il suo brano parla del sud Italia, senza edulcorarlo. Dei problemi di chi ci vive, o è costretto ad andarsene, fra lo Stato assente, il lavoro in nero, le speranze disattese: «Racconto sia le cose buone che quelle brutte, quel che vivo intorno a me. La cosa fondamentale è che il filo narrativo sia vero».

Dagli accenni che fa alla sua vita, trascorsa a Lecce, si capisce che parla con cognizione di causa: «Ho vissuto abbastanza in mezzo alla strada da quando sono bambino, certe esperienze le conosco anche troppo. Magari aver studiato: la storia mia è quella di un ragazzo come tanti qui giù, ho avuto problemi famigliari e sono cresciuto da solo, come se la città e il quartiere fossero stati i miei genitori. Fra i palazzi, la gente più grande, gli amici che hanno anche fatto qualche sbaglio». 

Fra i vari tatuaggi, sul viso ha scritto «Giulia» e «1968»: «Sono il nome e l’anno di nascita di mia mamma. L’ho persa da bambino e ho sentito l’esigenza di averla sempre con me, in qualsiasi traguardo».
La musica come è entrata nella sua vita? «Mio fratello cantava, in casa si sentivano i cantautori, diciamo che è venuta da sola, da quando sono piccolo. Appena ho sentito di avere qualcosa da dire, a 12 o 13 anni, ho cominciato a scrivere. Nasco con il rap, è quello il mio genere di riferimento: Fabri Fibra, Guè, Marracash». E se il nome d’arte, spiega, non è legato ad aneddoti particolari, Welo ci tiene che il suo rap abbia dei contenuti: «L’idea è fare musica orecchiabile, che possa arrivare a tutti, ma con un significato».

In «Emigrato» c’è anche un po’ di autocritica: «Al sud spesso ci lamentiamo, ma magari poi prendiamo vie traverse per ottenere le cose. Certo vivendo determinate situazioni il carattere si tempra in una determinata maniera, però un po’ di esame di coscienza ci sta, sempre in modo ironico».

Fra gli artisti salentini, non manca il sostegno reciproco. Giuliano Sangiorgi, ad esempio, gli ha subito fatto sentire il suo incoraggiamento: «Credo che qui ci sosteniamo per rispetto reale, più che per fare i numeri insieme. Al nord spesso ci sono amicizie che non esistono, di convenienza. Qui magari neanche si collabora, con Giuliano non so se avrò mai l’onore di lavorare, ma senza conoscermi mi ha mandato un messaggio. Non è scontato ed è molto bello».

Di andare via dalla Puglia, non se ne parla: «È fuori discussione, l’idea di cambiare casa mi mette un’ansia incredibile. Viaggio tanto e spero di farlo sempre di più con la musica, ma io abito qua».

6 gennaio 2026