«Dopo 30 anni, la convenzione fra Radio Radicale e lo Stato italiano è a rischio per mancanza di finanziamenti. La redazione si è accorta che la testata non viene nominata in nessun provvedimento di legge». La notizia, rilanciata ieri dalla segretaria generale dell’Fnsi Alessandra Costante, è un fulmine a ciel sereno per i 46 dipendenti, di cui 18 redattori, della storica radio organo della Lista Marco Pannella. La convenzione, stipulata nella forma attuale nel 2020 per i primi 15 mesi, a seguito di una gara indetta dal governo Draghi, avrebbe dovuto essere prorogata come ogni anno.

Ma né nella legge di Bilancio – contrariamente a quanto promesso in un primo momento allo stesso editore – né nella prima stesura del decreto «Milleproroghe», vi è alcuna traccia dei circa 10 milioni di euro che Radio Radicale riceve ogni anno. Si tratta di 8 milioni dovuti per la trasmissione in diretta delle sedute parlamentari (il 60% della programmazione, minimo) , unica emittente nazionale a garantire questo tipo di servizio pubblico. Cui si aggiunge il finanziamento (2 milioni) del mastodontico progetto di digitalizzazione di un archivio radiofonico che ha pochi eguali e che testimonia 50 anni di vita politica italiana. Dovrebbero invece essere confermati i fondi (3,7 milioni) già assegnati con la legge dell’editoria.

Nella riunione che poco prima delle feste natalizie il Comitato di redazione ha avuto con l’editore, rappresentato da Maurizio Turco (segretario del Partito Radicale nonviolento transnazionale e transpartito e, dal 2019, Presidente della Lista Marco Pannella), «ci è stato assicurato che la convenzione sarebbe stata prorogata nella legge di Bilancio», spiega al manifesto il giornalista Andrea Billau, membro del Cdr. «Ora, visto che non compare neppure nel decreto Milleproroghe, abbiamo chiesto all’editore un altro incontro, che dovrebbe tenersi nei prossimi giorni, per approfondire la situazione. Speriamo in un emendamento al testo. In caso contrario, la chiusura della radio, che non trasmette pubblicità e non viene finanziata in altro modo, è praticamente certa».

Radio Radicale va in etere per la prima volta il 26 febbraio 1976 con l’esplicito obiettivo dei militanti radicali capitanati da Marco Pannella di dimostrare ciò «che il servizio pubblico dovrebbe fare», per usare le parole di uno dei suoi fondatori, lo storico direttore Massimo Bordin, scomparso sei anni fa. E così i suoi microfoni da allora vengono piazzati ovunque: dal parlamento alle aule di tribunale, dalle piazze delle opposizioni alle conferenze stampa governative e dei poteri costituiti. A riconoscere questo «servizio di interesse generale» arriva nel 1998 la prima convenzione statale, rinnovata in automatico ogni tre anni. Messa a rischio per la prima volta nel 2019 dal M5S e in particolare dal sottosegretario Vito Crimi che condusse una battaglia populista contro i finanziamenti pubblici all’editoria. La crisi, per la Radio, si risolse allora con una nuova gara pubblica – peraltro richiesta da anni dalla stessa dirigenza radicale – che si concluse con la riassegnazione della convenzione.

«Ci auguriamo – è ora l’auspicio della Federazione nazionale della stampa – che il governo e il Parlamento non vogliano spegnere una delle voci più autorevoli nel mondo dell’informazione politica e l’unica, ancora oggi, a trasmettere in diretta le sedute delle Camere e i più importanti avvenimenti politici. Un’opera insostituibile al servizio dei cittadini, che possono formarsi un’idea direttamente, e della democrazia stessa».