Oggi, uno dei massimi pittori viventi, Antonio Lòpez Garcia, compie novant’anni. Non è facile inserirlo tra i pittori che si sono accostati con la loro arte al tema della montagna. In un quadro senza titolo del 1961, quando ancora il colore si depositava sulle sue tele vaporoso, una sequenza di ombre scure s’impennano sullo sfondo verso il cielo. Prima del cielo. In primo piano, sulla sinistra, un’alzata in vetro o in ceramica contiene dei melograni, sulla destra, nell’acqua contenuta in un bicchiere trasparente, un paio di rose col gambo corto, nel cantare la loro bellezza, già reclinano il capo. Sia il rosso dei melograni, che le tonalità delle rose, paiono riemergere sbiadite da un tempo lontano.
Poi la sua pittura scende, e guarda orizzonti diversi. Anche i primi piani saranno diversi, ripresi fedelmente nel dettaglio. La realtà diverrà il suo tempo lontano, segnato da una pittura incredibilmente lenta, minuziosa, lenticolare, riverberante, mai superficiale. L’altura che gli è rimasta dentro è quella di Tomelloso, una cittadina posta sopra i seicento metri di altitudine nel centro della Spagna, in Castiglia-La Mancia, dov’è nato, il 6 gennaio 1936, da una famiglia di agricoltori. A Tomelloso ne sono fieri: all’artista, infatti, già è stata dedicata una strada e, dal 1986, un Museo, di proprietà del Comune.

Nel mondo dell’arte, tutti hanno sempre saputo che Antonio Lòpez Garcìa è un grande pittore, non ultimi i suoi detrattori. A circoscriverne la popolarità, hanno sin qui contribuito, in modo vistoso, almeno un paio di elementi: primo tra tutti la sua volontà di mantenersi sempre in posizione orgogliosamente autonoma e a debita distanza dal fragoroso e pirotecnico incedere dell’arte contemporanea, quasi a voler segnare una linea di continuità con la grande tradizione pittorica del passato.
Il secondo motivo, non meno determinante, come già detto, è da individuare nella lentezza esecutiva e nella conseguente esiguità della sua produzione. Come non bastasse, allo sviluppo meticoloso ed elaboratissimo delle sue composizioni, l’artista, in prossimità del traguardo, anziché accelerare il passo, avvia una fase, capace di durare anche anni, di forte rallentamento, necessario per stabilire con l’opera un prolungatissimo dialogo finale.
Ciò risponde a una condizione caratteriale, però è anche probabile che, assieme al rigore stilistico, egli abbia maturato e sovrapposto dentro sé una doppia condizione: quella esterna e quella interiore: elementi indivisibili per affrontare la realtà. Un approccio visivo e una serie di stati d’animo che portano a un altro formidabile pittore figurativo di questi anni (scomparso nel 2011), Lucian Freud.

Fotografia di Pierantonio Tanzola
Non sorprende, dunque, che le sue mostre siano occasioni rare. Veri e propri eventi espositivi. Anche se, a dire il vero, quel velo l’avevano già alzato, ad esempio, le lunghe code di visitatori accorsi, nel 1993, nella capitale spagnola, per visitare la sua memorabile esposizione al Centro Reina Sofia. Il dibattito che ne seguì spinse Antoni Tapies a dichiarare stizzito che un pubblico poco competente si recava a guardare “una pittura facilona per i nuovi ricchi”. Sollecitato a rispondere, Lòpez Garcìa lasciò nelle parole una verità che, a distanza di anni, è oggi maggiormente percepibile: “Luoghi comuni, che nascondono una pericolosa tentazione alla censura”. L’arte contemporanea, infatti, spesso scorre in un solco scavato, quasi esclusivamente, dal flusso di ciò che si vuol far vedere. Tanto altro rimane inosservato o guardato con sufficienza. A parte i casi in cui, come con Lòpez Garcia, Lucian Freud e pochi altri, la precisione di questo meccanismo fortunatamente si inceppa.

Si respira la cultura spagnola in Lòpez Garcìa, tra pittura, letteratura, cinema e teatro. Fatta di presenze e di non meno rappresentate assenze; di luci sospese, affioranti, soffiate all’interno del dipinto da un sogno a tratti surreale, immediatamente pronto però a riscattarsi nella realtà. Ma si respira anche ciò che egli ha visto strada facendo, quando a vent’anni soggiornò in Italia o attraverso le opere di artisti osservati con attenzione nelle sale dei musei. Ed ecco che la puntigliosa precisione della pittura fiamminga, capace di conferire al più minimo particolare la vastità di un orizzonte, si riversa nella straordinaria libertà naturalistica di Velàzquez, nella cui trama narrativa si intrecciano visioni e meditazioni, creando assieme alle immagini, una serie di affascinanti rimandi visivi.
Il doc. è stato realizzato nel 2009 negli studi di Lopez Garsia a Tomelloso, Madrid da Pierantonio Tanzola