di
Veronica Tuzii
«Artisti alle Biennali 1900-1960. Dialoghi e silenzi nella pittura tra Ottocento e Novecento»: fino al 12 aprile al Palazzo Vescovile. Un’esposizione curata da Stefano Cecchetto
L’interno povero di una casa di pescatori, il nonno che accoglie il nipote, il verismo trasformato in racconto affettuoso. Primi passi (Vien fantolin) di Alessandro Milesi rappresenta una quotidianità priva di retorica. Non l’enfasi del manifesto, ma l’intimità di un’immagine che trattiene memoria. Da qui prende avvio la mostra «Artisti alle Biennali 1900-1960. Dialoghi e silenzi nella pittura tra Ottocento e Novecento», allestita fino al 12 aprile al Palazzo Vescovile di Portogruaro, che ripercorre per emblemi, attraverso 70 opere e tre stagioni, i primi sessant’anni della rassegna veneziana. Organizzata dal Distretto Turistico Venezia Orientale in collaborazione con Demarco Arte, l’esposizione è curata da Stefano Cecchetto. «Lo spunto della mostra mi è venuto leggendo una recensione di Diego Valeri alla Biennale del 1922, che chiedeva più spazio per gli artisti italiani», spiega il curatore.
Dalla figurazione all’astrattismo, passando per gli artisti di Margherita Sarfatti, fino al Fronte Nuovo delle Arti e allo Spazialismo, prende forma un racconto dove i dipinti dialogano per affinità o scarti improvvisi.
Le sezioni
La prima sezione, dedicata al Nuovo Vedutismo e alla Scuola di Burano, vede l’eredità di Canaletto e Guardi ritrovare nuova linfa, con autori come Guglielmo Ciardi, Ettore Tito, Luigi Nono, Pietro Fragiacomo, che restituiscono una visione lirica ma concreta della laguna. Case a Burano di Gino Rossi abbandona ogni tentazione pittoresca per una visione asciutta, dove il colore costruisce lo spazio. È il segno di un passaggio, favorito dall’intuizione di Nino Barbantini, che a Ca’ Pesaro apre la strada a quella Scuola in cui, con Rossi, si affermano Umberto Moggioli, Pio Semeghini, Mario Vellani Marchi. Il secondo capitolo segna la svolta tra anni Venti e Quaranta. Qui il «ritorno all’ordine» assume forme diverse, mai pacificate, filtrate dallo sguardo sulle avanguardie europee e dal ruolo critico di Sarfatti, attorno alla quale si coagula un’idea di rinnovamento italiano colto e consapevole. Ne La visita di Virgilio Guidi, l’interno borghese è pervaso da una sottile ansietà: la luce alla Vermeer, il gesto protettivo della ragazza, l’estraneità della donna velata. Nel Ritratto di Adriana, lo stesso Guidi trasforma la scena domestica in esercizio di equilibrio emotivo e cromatico, dominato dal blu dell’abito. Guido Cadorin, con Frammento, traduce il paesaggio in simbolo, mentre nel Ritratto di mio figlio riafferma la dignità dello sguardo come valore. Attorno a questi nuclei, la mostra evoca un clima condiviso da figure come Filippo de Pisis, Mario Sironi, Felice Carena, Cagnaccio di San Pietro, testimoni di una stagione sospesa tra disciplina formale e inquietudine storica.
Le tensioni della modernità
L’excursus si apre poi alle tensioni della modernità. Con la ripresa della Biennale nel 1948, dopo lo stop imposto dalla guerra, la pittura si misura con l’urgenza del presente e con nuovi linguaggi. Figure sulla spiaggia di Massimo Campigli congela il tempo in una frontalità arcaica e pudica, dove la contemporaneità s’insinua sotto forma di ombrelloni e sedie a sdraio. Con Emilio Vedova, in Composizione, la tela diventa sismografo della realtà. Ancora più esplicito è Armando Pizzinato con Un fantasma percorre l’Europa del 1949, vortice pittorico e manifesto politico, oggi sorprendentemente attuale. Accanto a loro le ricerche di Giuseppe Santomaso, Saverio Rampin, Mario Deluigi e Zoran Music. Giorgio de Chirico, con Cavallo scalpitante nel paesaggio, propone una pittura «altra», barocca e volutamente inattuale. La mostra affianca ai grandi maestri artisti meno noti ma di solida qualità pittorica, come Ferruccio Ferrazzi, Carlo Cherubini, Fioravante Seibezzi, Luigi Scarpa Croce. Un video realizzato dall’Associazione Carlo Montanaro, con materiali dell’Istituto Luce, fa da memoria visiva delle Biennali. La presenza di Bruna Gasparini, col suo Senza titolo, del 1959, ridà visibilità all’unica voce femminile dello Spazialismo. «Il percorso – conclude Cecchetto – si ferma qui, perché dagli anni Sessanta, e con la vittoria di Rauschenberg nel 1964, il mercato dell’arte si sposta dall’Europa agli Stati Uniti e la Biennale racconta un’altra storia».
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5 gennaio 2026
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