di
Aldo Grasso
Nel docu-reality di Rai2 la sensazione che la scuola dell’obbligo sia stata un clamoroso fallimento non ti abbandona mai
È buona norma non fare mai sociologia con il «campione statistico» dei propri amici. Non rappresentano altro che sé stessi e, al più, sono il nostro specchio. Però… Vedendo la nona stagione de «Il collegio», il docu-reality su studenti ciucci (maschile sovraesteso) qualche dubbio ti assale (Rai2).
È vero che il montaggio rende tutto racconto, cioè finzione; è vero che ormai il preside Paolo Bosisio, il prof. Andrea Maggi, nel frattempo nel cast fisso di «Splendida cornice», la prof. Maria Rosa Petolicchio sono diventati personaggi; è vero che la voce fuori campo di Pierluigi Pardo sul 1990 (è l’anno di riferimento di questa edizione) s’incarica di smussare ogni spigolosità; è vero che gli studenti sono frutto di una selezione che, secondo format, lascia fuori i migliori; è vero tutto, ma la sensazione che la scuola dell’obbligo sia stato un clamoroso fallimento non ti abbandona mai.
Ci sta che i ragazzi e le ragazze scelte non sappiano alcune nozioni che un tempo erano considerate essenziali (personaggi storici, poesie, coniugazione dei verbi…), pazienza non faranno più i cruciverba; ci sta che, privati dei telefonini, abbiano perso il cordone ombelicale che li legava al mondo; ci sta pure che abbiano un rapporto, diciamo così, informale con i professori ma ciò che più lascia perplessi è che nessuno di loro conosca il concetto di regola, come fosse sparito dalla nostra società, a cominciare dalla famiglia.
Non voglio passare per passatista (o per quell’altra oscenità che comincia per «boom…»), ma una volta la scuola serviva proprio a questo: ad acquisire una forma di disciplina intesa come elemento organizzativo che consente a chi riceve un’educazione di avere una mappa per orientarsi, e quindi strutturare un proprio spazio di crescita e di libertà: «Quando non si insegna ai giovani che cosa sia la civiltà, si scopre che le persone diventano incivili» (J. Hankins). Basta seguire i social per accorgersi che è tutto un «Collegio»: chiunque può parlare di tutto, anche senza competenze. Non solo: la capacità di comprende ciò che si legge è ormai un sogno perduto. Il risultato è una «Grande Ignoranza» che alimenta fraintendimenti, stereotipi e odio.
6 gennaio 2026
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