di
Mario Platero
Investitori interessati ma vogliono capire se il cambio di leadership a Caracas funzionerà. La stima dell’hedge fund Myers: la ricostruzione del Venezuela potrebbe attirare fra i 500 e i 750 miliardi di dollari
NEW YORK – Non c’è solo il petrolio. Da ieri, 5 gennaio, a New York, al rientro dalle feste, Wall Street e l’intera comunità degli affari si è mobilitata intorno al «rischio» Venezuela, improvvisamente in play dopo l’arresto di Nicolas Maduro e l’arrivo di una nuova leadership più disponibile a lavorare con Washington. Banchieri, fondi di private equity, soprattutto quelli infrastrutturali, hedge funds, family offices, investitori, traders – sia in titoli azionari che obbligazionari – arbitrageurs valutari, ma anche avvocati, immobiliaristi, studi ingegneristici, agenzie di comunicazione, insomma, l’intero eco-sistema che fa di New York la capitale finanziaria del pianeta, era in agitazione e in contatto su linee roventi, con due obiettivi: interpretare gli scenari sul piano degli investimenti, ma anche su quello di un possibile riassetto geo-economico che vede il continente americano prevalere su altri mercati come quello asiatico o europeo.
Pragmatismo
Sul piano micro, ho parlato e visto nei due giorni successivi all’attacco molti che operano nel settore. Posso dirvi che l’agitazione, la sorpresa, l’ansia per dover prendere decisioni importanti era sopra i livelli di guardia. La risposta generica sul piano collettivo è molto positiva, ma anche molto prudente: straordinarie opportunità, ma aspettiamo sei mesi prima di esporci. Questo è collegato a un messaggio, e una parola d’ordine. La parola d’ordine è pragmatismo: se c’è la possibilità di fare davvero qualcosa, se il piano Trump funzionerà, il Venezuela non potrà che migliorare. Di conseguenza, se ci saranno delle opportunità di investimento consideriamole in tempi brevi, mesi appunto, perché arrivare troppo presto è pericoloso, ma arrivare in ritardo, a cose fatte, è sempre un errore sul piano dell’opportunità dell’investimento.
Il messaggio e il problema
Il messaggio è chiaro: esprimere giudizi morali sull’operazione militare autorizzata da Donald Trump in Venezuela per arrestare Maduro è fuori luogo o addirittura ipocrita.
Il problema piuttosto è capire se l’operazione di cambiamento di leadership – attenzione, da non confondere con un cambiamento di regime, che non c’è stato (deludendo Machado) – funzionerà davvero, perché nei vent’anni di gestione Chavez/Maduro, duo crudele e capace di efferatezze indicibili, ma bravissimo a ballare in televisione o a fare comizi negli stadi, una nazione che sembrava la terra promessa, con 30 milioni di abitanti e l’11% potenziale dell’output petrolifero globale si è ridotta allo stremo. E le garanzie non verranno facilmente.
Il vertice Bush-Chavez
Tanto per fare un esempio, ricordo il quarto vertice delle Americhe nel 2005 a Mar de la Plata, in Argentina, con George W. Bush che spingeva per accordi multilaterali, quando ancora il multilateralismo era in voga. Il Presidente americano si era portato una delegazione di capi aziende pronti ad investire, negoziava aperture e scambi al centro congressi e si comportava educatamente e amichevolmente con tutti. Pochi isolati più in là, Hugo Chavez, ancora in vita (sarebbe morto nel 2013) arringava invece una folla di diecimila persone in uno stadio con slogan rivoluzionari d’altri tempi – ma ancora in voga – duramente ( e volgarmente) antiamericani. La televisione argentina trasmetteva in diretta il suo evento, ma non quello di Bush. Il timore reverenziale per Chavez e la sua durezza imperavano già 20 anni fa. Questo per dire che fin da allora le grandi aziende e il grande capitale americano, davanti alle irriverenze e alle irruenze di Chavez – e alle buone maniere di Bush – esprimevano forti preoccupazioni: «Senza un Venezuela stabilizzato e credibile, il Sud America resta incerto. Difficile investire quando il rischio è così elevato», mi disse uno di loro. Il rischio non era solo quello delle nazionalizzazione e degli espropri per circa 10 miliardi di dollari decisi da Chavez, ma quello di essere rapiti da bande di stampo mafioso.
Pragmatismo
È dunque nel contesto del pragmatismo di chi deve investire per avere dei ritorni su fondi affidati in gestione, che oggi Wall Street si pone davanti alla sfida venezuelana. E valuta fino a che punto il «rischio» paese sia davvero cambiato.
Il capo di un fondo infrastrutturale che investe in paesi in via di sviluppo, ad esempio, è molto interessato, ma circospetto: «Non si capisce ancora come andranno le cose. La Rodriguez ha davanti a sé una grande opportunità, ma abbiamo capito che si deve confrontare con il suo ministro degli Interni Diosdado Cabello, durissimo, violento e nascosto da qualche parte e con il ministro della difesa Vladimir Padrino, osso altrettanto duro: si farà da parte per dare spazio a generali più accomodanti? Abbiamo sentito i loro messaggi di guerra contro l’America dopo il prelievo di Maduro. Troppa incertezza e troppo pericolo che il Paese precipiti in una guerra civile per investire ora. Certo, l’opportunità è enorme, ma per ora sto alla finestra».
Alla finestra, ma già informato nel dettaglio su fazioni e nomi per capire subito sviluppi e ostacoli da superare e per essere pronto se e quando sarà il momento. Altri si muovono con maggiore rapidità.
Hedge funds in esplorazione
Abbiamo avuto notizia di un gruppo di hedge funds e investitori che si preparano a un viaggio esplorativo per marzo, quando le cose dovrebbero essersi stabilizzate. L’organizzatore si chiama Charles Myers, presidente della Signum Global Advisors. Già ieri Myers aveva messo a punto un progetto per portare una ventina di protagonisti del settore difesa, finanziario, manifatturiero e ovviamente energia per incontrare il nuovo presidente, i ministri dell’Economia e delle Finanze, la banca centrale e il capo della Borsa di Caracas. Missione in cerca di garanzie e per capire la vera portata del cambiamento. Myers ha una stima: la ricostruzione del Venezuela potrebbe attirare da qui ai prossimi 5 anni investimenti stranieri fra i 500 e i 750 miliardi di dollari in settori diversificati.
Il Financial Times anticipa che l’ex capo delle operazioni sudamericane della Chevron, Ali Moshiri, ha mobilitato il suo Amos Global Energy Management fund per la raccolta di due miliardi di dollari da investire in aziende e transazioni già identificate, soprattutto nel settore energetico, promettendo un ritorno di due volte e mezzo in cinque/sette anni. Moshiri guardava lontano: il suo prospetto era in circolazione già dal dicembre scorso.
Big Oil
Harold Hamm, che opera nell’estrazione shale ed è molto vicino a Trump, è pronto a investire con la sua Continental Resources, ma per ora aspetta la luce verde dei «Big Boys», cioè delle tre grandi del petrolio, ExxonMobil, Chevron e Conoco. Da loro, citate indirettamente dal presidente Trump nel contesto «settoriale», non si è avuto ancora alcun commento. Hanno però fatto sapere di non essere state informate o preparate anche in modo teorico, per valutare una reazione al cambiamento di leadership.
Al di là del pragmatismo, la vera parola d’ordine verrà da loro: sono le uniche aziende guida ad avere il know how per rimettere in moto una macchina economica che potrebbe poi fare faville su tutti i settori diversificati dell’imprenditoria. Intanto i loro titoli sono schizzati in borsa e prima di investire vogliono avere garanzie per un recupero degli investimenti perduti. Sul piano geo-economico la preoccupazione principale riguarda la dinamica implicita in una possibile partita di scambio.
Trump e la dottrina Monroe
Trump ha agito forza in Venezuela e minaccia di nuovo la Groenlandia rivendicando la dottrina Monroe. Davvero? È davvero pronto a scambiare un’isola ghiacciata già di un alleato e l’influenza in Sud America per lasciare campo libero in Asia alla leadership cinese? E alla Russia in Europa?
«Sarebbe un disastro – mi dice un altro investitore che gestisce un fondo globale – . I ritmi di crescita, innovazione, produttività, propensione al lavoro, anche duro, che ci sono in Asia non sono neppure paragonabili al potenziale del continente americano. Se Trump ha voluto dunque implicitamente rinunciare alla leadership in Asia, lasciandola alla Cina, si tratterebbe di un catastrofico errore strategico, tanto più che vediamo già nazioni come Messico e Brasile, non certo pesi piuma, che remano contro».
Su questo però è intervento il segretario di Stato Rubio, l’azione in Venezuela è mirata a chiudere una situazione inaccettabile e non va considerata in un contesto globale. E per chiarire chi sono gli amici e i nemici ha escluso contratti petroliferi per aziende cinesi o russe: «Tutti potranno comprare, ma siamo pronti ad accogliere e facilitare investimenti di aziende di paesi amici». Tra questi l’Italia e l’Eni? A parole sembrerebbe di sì. Di certo anche a Roma – e dobbiamo pensare tra la finanza milanese – si cerca di capire la portata – e le opportunità – del «rischio» Venezuela.
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6 gennaio 2026 ( modifica il 6 gennaio 2026 | 10:03)
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