Domenica negli Stati uniti è stato reso pubblico l’atto d’accusa contro Nicolas Maduro, firmato dal procuratore del distretto meridionale di New York, Jay Clayton. Le imputazioni ricalcano quelle già formulate nel marzo 2020: narcoterrorismo, traffico internazionale di cocaina, possesso di armi automatiche e ordigni distruttivi. Gli indagati sono cinque, tutti appartenenti al cerchio ristretto dell’ex presidente venezuelano: la moglie Cilia Flores, il figlio Nicolas Ernesto Maduro, il ministro dell’interno Diosdado Cabello, l’ex ministro Rodrìguez Chacín e Héctor ‘Niño Guerrero’, indicato come uno dei leader della gang Tren de Aragua.

Secondo l’accusa, Maduro avrebbe «agito in partnership con i suoi complici usando l’autorità ottenuta illegalmente e le istituzioni da lui corrotte per trasportare migliaia di tonnellate di cocaina negli Stati uniti». In altre parole, avrebbe sfruttato potere statale e narcotraffico per accumulare ricchezza e controllo politico. Il tutto in collaborazione con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e all’interno del cosiddetto Cartel de los Soles (Cartello dei Soli).

TUTTAVIA, nonostante la gravi accuse mosse (in ogni caso sproporzionate rispetto alla magnitudo dell’operazione di cattura), l’atto non contiene prove dirette normalmente rese pubbliche anche dai procuratori a stelle e strisce: mancano intercettazioni, documenti finanziari, testimonianze o stralci di informative di terze parti. Ovvero quelle che in gergo chiamano «pistole fumanti». Gran parte dell’impianto accusatorio si basa su dichiarazioni di ex funzionari venezuelani che hanno disertato o che collaborano con la Drug Enforcement Administration (Dea), l’agenzia federale antidroga degli Usa, spesso in cambio di benefici giudiziari.

Tra i «super-testimoni» l’ex capo dell’intelligence militare Hugo Armando Carvajal Barrios, dichiaratosi colpevole a New York nel giugno 2025 ma che non è ancora stato condannato e non compare tra gli indagati di questo procedimento. Le accuse parlano spesso di droga distribuita «con la consapevolezza» che potesse arrivare negli Usa o di una «eventuale» destinazione statunitense. Il collegamento con il Messico, secondo l’accusa, riguarda il transito della cocaina verso cartelli locali, come quello di Sinaloa.

L’unico sequestro concreto citato risale al 2006, quando in Messico furono intercettate 5,5 tonnellate di cocaina, una quantità modesta rispetto all’ipotesi di un narcotraffico di Stato. Quella coca, secondo testimonianze, era arrivata a bordo di «circa cinque furgoni» nell’hangar presidenziale dell’aeroporto venezuelano di Maiquetia, dove poi era stato caricata da membri della Guardia nazionale a bordo di un DC-9. Caso per il quale vengono tirati in ballo l’attuale ministro Cabello, l’allora numero uno dell’intelligence militare e testimone dell’accusa Hugo Carvajal Barrios e il capitano della guardia Vassyly Kotosky Villarroel Ramirez.

MADURO è poi accusato, quando era ministro degli esteri, di «aver venduto passaporti diplomatici venezuelani a individui che sapeva fossero trafficanti di droga» tra il 2006 e il 2008. L’obiettivo era «trasferire i proventi della droga dal Messico al Venezuela sotto copertura diplomatica», così da evitare controlli da parte di forze dell’ordine e militari. In tali occasioni, avrebbe «avvisato l’ambasciata venezuelana in Messico dell’arrivo di una missione diplomatica su aereo privato».

Il Cartel de los Soles, per li Usa un’organizzazione terroristica guidata da Maduro, è descritto dagli esperti più come una rete di corruzione interna alle forze di sicurezza venezuelane che come un cartello strutturato. Il nome, legato alle insegne della Guardia nazionale, è da anni usato per indicare il coinvolgimento di settori dello Stato nel traffico di droga, soprattutto attraverso tangenti che facilitano il passaggio della cocaina dalla Colombia verso i Caraibi e l’America centrale.