di
Daniele Dallera
«L’adrenalina che ti dà una partita è unica». Lo storico coach dell’Olimpia Milano Dan Peterson si racconta: «Un allenatore deve essere esigente ma amare i giocatori. Ho sbagliato a lasciare presto»
Con Dan Peterson non bisogna fingere, fare falsi complimenti. Compie 90 anni e non li dimostra: spesso è una balla, con lui è la verità. Si sveglia alle 7 del mattino e lavora tutto il giorno, scrive pezzi, commenti per la Gazzetta dello Sport, libri (l’ultimo insieme a Umberto Zapelloni «La mia Olimpia in 100 storie + 1», Minerva editore), viene ingaggiato per conferenze di team building, poco tempo fa ha prestato la sua voce per uno spot pubblicitario, lo invitano ovunque per ospitate televisive, venerdì 9 gennaio allo scoccare dei suoi fantastici 90 anni sarà presentato il suo docufilm «Dan Peterson-Per sempre numero 1» che in marzo uscirà in 1.200 cinema italiani e poi in tv per Amazon, per fortuna sarà distribuito anche nelle scuole.
Al suo fianco nella vita Laura Verga, la moglie. Sono insieme da 40 anni. L’anagramma di Dan Peterson-Laura Verga è «presentava gare urlando»: basta guardare la foto che annuncia l’evento del 9 gennaio il docufilm sulla sua vita, per capire che era tutto scritto. Si amano punzecchiandosi. Laura: «So bene che prima ha sposato il basket, poi l’Olimpia Milano e io arrivo dopo». Dan: «Ma non è così. Lei è la vera numero 1». Noi confermiamo che è così.
Senta Dan, a 90 anni come fa a fare ancora tutte queste cose, scrive, il basket, la tv, le conferenze…?
«Inizio alle 7, faccio colazione e mi metto a curare il mio blog: pezzi, ricerche, riflessioni, foto, ho interlocutori in giro per il mondo, negli Usa, dove per esempio ho circa 500 contatti che risalgono ai tempi del liceo e dell’università e ne ho tanti anche in Cile e ovviamente in Italia».
Dialoga con i suoi ex giocatori?
«Ho mail e contatti di quasi tutti i giocatori che ho allenato. Il dispiacere più intenso lo vivo quando devo cancellare qualcuno dalla mia mailing list perché viene a mancare. L’ultimo grande dolore l’ho provato con Marco Bonamico».
A 90 anni si vive di nostalgie?
«Affatto. Sono un grande appassionato della ricerca storica, frequento e lavoro sugli archivi dei giornali, questo sì, ho anche una laurea in storia dello sport, ma questa non si chiama nostalgia. È lavoro, ricerca, e poi guardo con attenzione a presente e futuro».
D’accordo, ma lei da ex coach e ora da editorialista continua a sostenere che prima si giocava un basket più divertente di quello di adesso?
«Non c’è alcun dubbio, ma dove è la nostalgia? È sufficiente vedere gli highlights di Larry Bird, Julius Erving, Magic Johnson, Michael Jordan o del basket italiano del passato e capisci che il gioco era più completo, più vario: c’era tutto, passaggio, arresto, tiro, ogni ruolo veniva chiamato in causa».
Vero anche questo. Tra i suoi molteplici mestieri preferisce quello del coach?
«L’adrenalina che ti dà una partita è unica».
Forse è per questo che ha lasciato presto la panchina, aveva solo 51 anni. Era all’apice del successo, ma sfinito.
«Ho sbagliato, tornassi indietro…».
È ritornato, richiamato dall’Olimpia Milano.
«Avevo 75 anni, un’altra botta di adrenalina. Mi ha voluto Giorgio Armani».
Cosa non deve fare un allenatore?
«Chiedo un permesso: girare la domanda, preferisco spiegare cosa deve fare un tecnico».
Fatta la domanda si dia una risposta.
«Deve fare due cose. La prima: essere esigente, lavorare moltissimo, al limite della durezza, essere chiaro, far capire cosa vuole. Farsi anche odiare. Seconda regola: ispirare fiducia nei giocatori, devono sapere che tu sei al loro fianco, al loro angolo. Una parola, un sentimento sintetizza il tutto: amarli».
E il suo secondo mestiere, cosa deve fare un uomo spot?
«Nanni Loy ai tempi del the Lipton mi disse: davanti alla telecamera devi guardare a sinistra e pensare che ci sia un bambino, poi guardare a destra e pensare che ci sia una signora anziana, una nonna. Se parli e piaci a loro, sei a posto».
Terzo mestiere: il telecronista.
«Entri nelle case del telespettatore, sei seduto con lui sul divano. Devi essere amico, non devi fare il professore».
Quarto mestiere: giornalista-commentatore.
«Essere rispettoso del lettore e di chi scrivi, del giocatore, dell’allenatore della squadra che giudichi. Il giornale e il lettore vogliono sapere cosa ne pensa Peterson. Io do la mia opinione sempre con responsabilità e rispetto».
90 anni, li ha vissuti bene?
«Una cosa è certa: felice di essere nato nel ’36 e aver vissuto le varie epoche e fasi storiche e sociali dei miei 90 anni». Più chiaro di così.
7 gennaio 2026
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