di
Massimo Gaggi
Braccio destro, consigliere e speechwriter di Trump, Miller è la voce brutale dei Maga: invoca la supremazia americana in nome di una forza superiore. E ha inventato il piano per separare i bambini «latinos» dai genitori
Braccio destro di Donald Trump fin dalla campagna elettorale del 2016, suo consigliere e speechwriter, nel primo mandato presidenziale, da un anno Stephen Miller è la voce più brutale del trumpismo sulle questioni interne: dalla deportazione degli immigrati all’uso (incostituzionale) dell’esercito per compiti di polizia, fino alla criminalizzazione del partito democratico definito «organizzazione estremista domestica che difende solo i criminali, le gang, gli immigrati killer e terroristi». Una definizione che persino Trump, nel ringraziarlo per i suoi consigli e la sua fedeltà, aveva giudicato un po’ eccessiva.
Ora Miller, 40 anni, la persona della quale The Donald si fida di più, quasi un plenipotenziario per gli affari domestici — è il suo vicecapo di gabinetto e consigliere per la Sicurezza interna — irrompe anche sulla scena internazionale dichiarando fondate le pretese di Trump sulla Groenlandia e mettendo in dubbio la legittimità della sovranità danese.
Poi va molto più in là del segretario di Stato, Marco Rubio, nel presentare l’intervento in Venezuela come una presa del potere legittima e assoluta. Di più: Miller spazza via i trattati che garantiscono indipendenza e sovranità delle nazioni, liquidandoli come international niceties, cioè sottigliezze buoniste. Affermando, poi, che «viviamo in un mondo, quello vero, governato dal potere e dalla forza: è una ferrea legge in vigore fin dall’alba dei tempi».
APPROFONDISCI CON IL PODCAST
E se, quando aveva attaccato il partito di Obama e Biden, il governatore della California, Gavin Newsom, aveva reagito sollecitando i democratici a svegliarsi perché «ci sta bollando come terroristi», ora tocca al senatore Bernie Sanders giudicare il ragionamento di Miller «una buona definizione della parola imperialismo»: tutte medaglie per il mastino di Donald che fin dall’adolescenza ha scelto di cavalcare le cause più estreme con cinismo, calma glaciale.
Da quando, a 16 anni, espresse su un sito web di Santa Monica, la città californiana nella quale è nato, il suo disprezzo per i compagni di classe ispanici, che parlavano con difficoltà l’inglese. Poi gli anni accademici nella Duke University, in North Carolina, associato a gruppi di nazionalisti bianchi.
Dal 2009 lavora per il senatore dell’Alabama Jeff Sessions (che anni dopo sarà per breve tempo ministro della Giustizia di Trump): un ufficio che è per lui la palestra dove comincia a lavorare per indebolire le tutele del diritto di voto e i diritti civili per gli americani non bianchi, mentre mette nel mirino gli immigrati.
Quando Trump viene eletto, nel 2016, entra nel suo staff, ma all’inizio Donald non lo nota. È Steve Bannon, stratega di quella vittoria elettorale, che lo convince a dargli fiducia e Miller parte a razzo: è l’architetto del travel ban che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di numerosi Paesi islamici, la prima misura con la quale, nel 2017, il neopresidente suscita indignazione nel mondo.
Da allora Stephen non si è più fermato: piace a Trump anche per la logica fredda con la quale concepisce interventi estremi, magari anche crudeli, che fanno scalpore. Come la sua «tolleranza zero» per gli immigrati che lo porta in quei primi anni a separare migliaia di bimbi latinos dai loro genitori clandestini.
Intanto Stephen mette su famiglia, sempre sotto l’ala di Trump: sposa Katie Waldman che lavora nell’ufficio stampa del presidente e poi diventa portavoce del suo vice, Mike Pence. Promosso speechwriter, scrive alcuni dei più duri discorsi di Trump, compreso quello, incendiario, del 6 gennaio 2021, davanti a una folla Maga che poi assalì il Congresso. Quando Donald, sconfitto, si ritira a Mar-a-Lago, momentaneamente abbandonato dal suo partito, Miller resta al suo fianco, deciso fin dal primo momento a preparare la rivincita.
Lavora anche alla stesura del Project 2025, del quale diventerà testimonial. Poi la rottura con gli autori della Heritage Foundation e la creazione di una sua organizzazione trumpiana, America First Legal.
Così un anno fa, insieme a Trump, anche i Miller rientrano trionfalmente alla Casa Bianca. Katie come «ufficiale di collegamento» tra la presidenza e il dipartimento dell’Efficienza (Doge) di Elon Musk. Poi passa a lavorare per le aziende del miliardario, ma quando lui rompe col presidente, Katie si dimette: diventa una podcaster conservatrice. Ed è stata proprio lei, postando una mappa della Groenlandia con i colori della bandiera Usa con sotto la scritta «presto», a far riesplodere la questione della sovranità sull’isola danese.

7 gennaio 2026 ( modifica il 7 gennaio 2026 | 08:45)
© RIPRODUZIONE RISERVATA