Milano – Dodici. Numero impegnativo. Specie se si parla di scappatelle. Forse era meglio un dignitoso silenzio. Ma Giovanna vuole sapere la verità. E la verità scatena l’inferno in “L’illusione coniugale“, feroce commedia di Éric Assous, dall’8 all’11 gennaio al Franco Parenti. Protagonista Rosita Celentano. Che sull’argomento ha già dimostrato una certa curiosità (il libro “Grazie a Dio ho le corna“, qualche hanno fa). Qui sul palco insieme ad Attilio Fontana e al regista Stefano Artissunch.
Rosita, com’è Giovanna?
“Una donna che vive una relazione consolidata da molti anni, in cui però sa benissimo che il marito non è stato uno stinco di santo. Pensando che la cosa ormai non sconvolgerà il loro rapporto, decide di voler conoscere il numero di donne con cui è stata tradita: 12”.
Cifra importante.
“Infatti l’amico si complimenta, questione di punti di vista”.
In ogni caso uno sconvolgimento.
“Che poi è la tesi di Éric Assous, convinto che a prescindere dalla solidità di una relazione, certe informazioni rimangono di forte impatto. Io credo invece che se ci si è sempre concessi una totale confidenza, coi giusti tempi si può ragionare di tutto”.
Un po’ di finzione non protegge la coppia?
“A me non piace. E non ne sono in grado, troppo distratta, istintiva, diretta. L’avventurina però non la voglio nemmeno sapere, cosa mi interessa se il mio compagno ha una debolezza in discoteca? L’importante è che poi sia presente, che distingua fra noi e la tizia con cui è stato un paio d’ore. Penso sia soprattutto questione di capire quando e come dire certe cose”.
Discorso scivolosissimo.
“Però è un aspetto centrale. I peggiori sono quelli che parlano solo per ripulirsi la coscienza e poi il problema rimane tutto tuo. Chi ti ha chiesto niente? A volte è meglio tenersi un sospetto che affrontare una scomoda verità che fa da detonatore. La sapevano lunga le nonne, che misuravano il maschio a seconda della sua presenza in casa, del suo essere amorevole, lavoratore”.
Anche lei ha tradito.
“Una volta, per nove mesi, come Giovanna. Ma ero dentro una relazione tossica, con un uomo psicologicamente aggressivo. Dall’altra parte avevo una persona attenta e premurosa. Comunque voi maschi non vi accorgete mai di niente. Osservate tutto con la stessa distrazione con cui rispondete alla nostra domanda se un abito ci sta bene. E intanto non vi rendete conto che qualcuno ha ricominciato a usare la lingerie…”.
Ma lei che periodo sta vivendo?
“Uno dei migliori della mia vita. Sono zitella da sei anni, ho da tempo chiuso la boutique, come dice Amanda Lear. Una volta non sapevo stare da sola, mi ributtavo subito in una nuova storia. Ora ho imparato. E cerco un amore più spirituale, vero, impegnativo”.
C’è chi ancora la ricorda fidanzata con Jovanotti.
“Avevo 24 anni, lui 22. Era una giostra. Siamo così diversi. La vera domanda non è perché ci siamo lasciati ma perché ci siamo messi insieme”.
Il grande amore?
“Mario Ortiz dei California Dream Men, sei anni insieme”.
Come ha vissuto la popolarità?
“L’ho sofferta moltissimo. Avevo i paparazzi al liceo, andavo al mare con la nonna e i vicini di ombrellone mi chiedevano una foto. Io scappavo. Una cosa fuori controllo. O mi rifugiavo all’estero o imparavo a far finta di niente”.
Ha imparato.
“Merito di papà. Un giorno eravamo in viaggio insieme in macchina, andavamo in montagna. Soffrivo per il gossip, mi attribuivano di tutto: di avere continui fidanzati, di amare le donne, di odiare i bambini. Papà mi disse che non sarebbe mai servito a nulla bussare per spiegare le mie ragioni. L’unico modo era quello di non rispondere. Mai. E fregarsene di tutto. In quel momento scattò qualcosa dentro di me. Oggi sono inscalfibile”. Quanto è stata ingombrante la sua famiglia?
“È impegnativo il confronto, per questo ho sempre accettato solo progetti di cui ero molto convinta, dove mi sentivo preparata, me stessa. Ho detto tantissimi no, anche al cinema”. L’emozione più grande?
“A nove anni girare “Yuppi du“. La parte doveva farla un’altra bimba che però continuava a piangere, tanto che i genitori decisero di riportarla a casa. Io ero sul set con Giacomo e mia cugina Evelina. Papà ci chiese chi voleva provare e alla fine toccò a me. Indossavo un kimono argentato e dei pantaloni elasticizzati che abbassai per nascondere il fatto che mi andavano corti, avevo paura che facessero fuori anche me. È il finale del film, gli corro incontro, sto per piangere di felicità. Tutto bellissimo”.
Rimpianti?
“Quindici anni fa forse te ne avrei detti diversi. Oggi so che è stato tutto funzionale al mio percorso. Credo molto alla filosofia del Tao: ogni dolore, ogni caduta è un’opportunità. Ho raddrizzato diverse cose”.
Effettivamente sembra parecchio centrata Rosita.
“Ma rimane qualcosa di storto, non credere. Un po’ di robine ancora da raddrizzare, altrimenti sai che noia”.