Rivedere Warwick Davis aggirarsi di nuovo tra i corridoi degli studi di Leavesden ha qualcosa di magnetico, come se il tempo avesse deciso di riavvolgersi. Più che il ritorno di un veterano (che per dieci anni ha prestato carisma e protesi al professor Vitious e all’astuto Unci Unci) è la chiusura di un cerchio che interroga direttamente la nostra ossessione per i reboot.

Mentre l’industria si domanda se il mondo abbia davvero bisogno di un’altra versione di Harry Potter, ecco che Davis si trasforma in garante di quella che appare come una sfida agli occhi dei puristi, ovvero rendere la nuova serie HBO una vera “vivisezione nattativa” del romanzo, in barba ai più scettici.La nuova serie di Harry Potter sarà fedelissima ai libri (per fortuna?)

Il cinema, per sua natura, è l’arte del sacrificio, del taglia e cuci. Per far stare ottocento pagine in due ore i registi della saga principale hanno dovuto operare tagli drastici, hanno trasformato romanzi complessi in spndide ma frettolose successioni di eventi.

Davis, parlando ai microfoni di Times Radio, ha centrato il punto: “Stiamo raccontando di nuovo quelle storie, ma con una profondità e una ricchezza di dettagli finora inedite”. La differenza è ontologica, oltre che quantitativa. Se i film erano la versione Bignami di Hogwarts, la serialità offre il lusso del tempo.

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Ciò significa poter eplorare le strade poco battute, dare più voce ai personaggi rimasti sullo sfondo e (soprattutto) rispettare i ritmi psicologici della Rowling. Per Davis, calcare di nuovo lo stesso suolo a vent’anni di distanza è un esercizio di “strano realismo”. Rifare tutto daccapo, in un certo senso, ma con la consapevolezza che, stavolta, non ci saranno scene da sacrificare sull’altare della durata.

Descrivere questa operazione come “molto fedele ai libri” è una chiara presa di posizione. Nel 2026 Hogwarts non è più quell’Eden sospeso nel tempo in cui ci rifugiavamo da bambini. La serie nasce sotto la pressione delle controversie legate alla figura di J.K.Rowling. Le sue posizioni sui diritti dei transgender continuano a generare un corto circuito tra l’opera e l’autrice, inevitabilmente si crea un’atmosfera carica di elettricità tra i fan.

C’è però un paradosso affascinante. Se da un lato si ricerca la massima fedeltà al testo, dall’altro la serie vanta un cast (che include, tra l’altro, nomi come Paapa Essiedu nel ruolo di Severus Piton) che non ha esitato a firmare appelli a favore della comunità LGBTQIA+ in aperta opposizione alle idee della creatrice del franchise. Ma d’altronde la scommessa di HBO è proprio questa: riuscire a separare la magia dal creatore, puntando tutto sul potere catartico della storia originale.

Il rischio di déjà-vu

Ma il vero nemico della serie, più che la polemica, è la memoria. Convincere un pubblico che ha cristallizzato i volti di Radcliffe, Watson e Grint come icone definitive che hanno segnato un’epoca è un’impresa che rasenta l’impossibile.

Davis sembra suggerire che la soluzione a questo problema stia nel “di più”: più sfumature, più vicinanza ai capitoli originali, più sottotrame e più spazio a quel sottobosco magico che il cinema ha dovuto inevitabilmente potare.

Se l’esperimento riuscirà, potremmo finalmente vedere la Hogwarts che avevamo immaginato leggendo, quella dove ogni dettaglio conta. In caso contrario resterà l’impressione di una raffinata operazione di archeologia commerciale.

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