Francesco D’Agati dett0 ‘Ciccio’ è morto. Custode dei segreti e mediatore tra i clan criminali di Roma quest’anno avrebbe compiuto 90 anni. Il suo cuore ha smesso di battere nella giornata di ieri, martedì 6 gennaio, nella sua casa di Tor San Lorenzo ad Ardea. 

È stata la figlia dell’ormai ex boss a dare l’allarme. Sul posto i medici del 118, che non hanno potuto fare altro che costatarne il decesso, e i carabinieri. La salma di D’Agati è stata messa a disposizione della famiglia per le esequie. Ormai in “pensione” per anni è stato considerato un consigliere, un mediatore. Colui in grado di sancire la pace quando i clan criminali rivali premevano i rispettivi grilletti. 

Chi era Francesco D’Agati

Noto come ‘Zio Ciccio’ o ‘u’ zio Ciccio’ per anni è stato definito un boss di rilievo della mafia siciliana presente nella Capitale, con stretti legami con il clan Santapaola, storica famiglia mafiosa di Catania. Di più, era ritenuto persona vicina o di fiducia di Pippo Calò, storico boss palermitano di Cosa Nostra e cassiere (e custode dei segreti) della mala siciliana, rafforzando la sua reputazione come ponte tra gruppi mafiosi del Sud e quelli attivi a Roma.

Originario di Villabate, in provincia di Palermo, D’Agati si era stabilito a Roma fin dagli anni ’60, diventando nel tempo un punto di riferimento fondamentale per gli affari di Cosa Nostra nel Lazio. Secondo le indagini della direzione investigativa antimafia di Roma, D’Agati non è stato solo un esponente del clan di Villabate a Roma, ma ha agito come un vero e proprio mediatore e ambasciatore. 

Ostia e non solo

Per anni è stato ritenuto il rappresentante degli interessi di Cosa Nostra nella Capitale. Grazie al suo carisma e alla sua lunga permanenza, ha svolto il ruolo di paciere e facilitatore di accordi tra diverse organizzazioni criminali. Il suo nome compare in diverse inchieste legate al narcotraffico, al riciclaggio di denaro e alle scommesse clandestine. La sua figura è emersa soprattutto in relazione al controllo del territorio e alla risoluzione di controversie criminali a Ostia, definita dagli inquirenti come un “laboratorio criminale” dove le mafie locali stringono patti da anni per fare affari.

Lì avrebbe avuto il ruolo di paciere nello scontro tra il clan Fasciani e quello dei Triassi. Non solo, le cronache giudiziarie lo descrivono in rapporti costanti con figure di vertice della criminalità romana, come Michele Senese e con gruppi legati ai Santapaola e ai Fragalà. Nell’operazione Equilibri del 2019, quando ‘Ciccio’ D’Agati aveva 83 anni, gli inquirenti e gli investigatori hanno ancora scritto pagine e pagine di ordinanza su di lui. 

Un pezzo grosso

“È un pezzo grosso, u’ zio Ciccio è reggente di Palermo. Dei mafiosi è lui quello, che oggi rappresenta la mafia qua a Roma” diceva uno degli intercettati che parlava di Francesco D’Agati, il cui ruolo – come scrivono i magistrati – si mischia in attività di mediazione, indirizzo, consulenza e agevolazione di rapporti all’interno e all’esterno del mondo criminale. Condotte che – come si legge nell’ordinanza dell’epoca – “hanno una radice comune nell’influenza e nel prestigio mafioso derivanti dalla sua riconosciuta appartenenza a Cosa Nostra, grazie anche ai rapporti tessuti nel tempo con esponenti di spicco delle varie organizzazioni mafiose”.

“Sono il custode di tutti”

Nel corso di varie conversazioni intercettate D’Agati si qualifica, in base alle circostanze, come rappresentante, giudice, custode o garante della condotta di sodali. Ovvero della realizzazione degli interessi illeciti: “Sono una persona anziana che è stata chiamata per stabilire torto e ragioni, sono il custode di tutti. Sono arrivato io prima che si commettesse qualche errore per non farlo commettere”, diceva. Nel corso degli anni il clan Fragalà tramite il suo ‘garante’, Francesco D’Agati, avrebbe stipulato un patto federativo con i Casalesi, i Fasciani e i Senese ed esponenti della ‘Ndrangheta.

Nell’indagine era stato svelato come D’Agati avesse mediato per uno scontro che c’era stato tra il clan dei Senese e la cosca dei Fragalà. Stando agli inquirenti, infatti, il suo ruolo si “estrinseca in attività di mediazione, indirizzo, consulenza, agevolazione di rapporti e altro, all’interno e all’esterno del mondo criminale”. Lui risulta avere quel “prestigio mafioso, grazie anche ai rapporti tessuti nel tempo con esponenti di spicco di varie organizzazioni mafiose”. Accordi, stratte di mano, pace che ‘zio Cicco’ ha fatto durare per anni anche a Ostia, come fatto nel 2007 quando sancì una grande pax mafiosa con al tavolo Triassi, Cuntrera, Fasciani e Spada

L’ultimo “uomo d’onore”

Nonostante la sua storica riservatezza, Francesco D’Agati è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica per una rara intervista video rilasciata al giornalista Daniele Piervicenzi per il programma Mappe Criminali. In tale occasione, ha parlato della sua storia e della sua visione di Cosa Nostra, confermando la sua immagine di “vecchio saggio” rispettato all’interno delle gerarchie criminali: “L’onore non è un passaporto che si dà a chi lo chiede”, diceva.