A Gorizia in questi giorni sono esposti gli scatti della leggendaria agenzia Magnum, ammiraglia mondiale del racconto fotografico. La mostra di Palazzo Attems-Petzenstein si intitola “Back to peace?”, tornare alla pace. C’è quel punto interrogativo, ambiguo e inquietante, che ci meritiamo come mondo e come umanità. Tra tutti quei capolavori, c’è “Tereska disegna la sua casa”, di David “Chim” Seymour. È una foto diversa dalle altre. E bisogna spiegare perché.

I bambini sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale, spesso, non hanno avuto una casa degna di questo nome. Hanno affollato gli istituti con i loro traumi e le loro ferite. Sono stati testimoni di orrori. In uno scenario simile, Chim incontra una bambina che lo colpisce profondamente. Il suo nome è Tereska, ha circa sette anni e vive a Varsavia. È il 1948.

Seymour le scatta la foto mentre è intenta a svolgere un compito assegnatole dalla maestra; un compito semplice, deve solo disegnare quella che una volta era la sua casa. Ma Tereska pensa al frastuono e alla distruzione, ai corpi straziati e alle grida. L’unica cosa che riesce a disegnare su quella lavagna è un groviglio di linee curve, un gomitolo sconnesso e doloroso, mentre fissa l’obiettivo con smarrimento e angoscia. Alla parola “casa” può accostare solo gli incubi. E così riesce solo a disegnare una figura confusa, senza senso per tutti tranne che per lei.

La storia della foto, in grande sintesi, è tutta qui. Ma c’è poi la storia “dopo” la foto. Chi era quella bambina? L’identità di Tereska è rimasta un mistero per un tempo lunghissimo. Nel 2017, quasi settant’anni dopo che Seymour scattò la foto, due giovani polacchi risolvettero il mistero con una ricerca accurata; e scoprirono una storia amarissima.

Su iniziativa di Gregor Siebenkotten, direttore della Fondazione Tereska, fu condotto un lavoro approfondito da Patryk Grażewicz, ricercatore polacco, e da Aneta Wawrzyńczak, giornalista specializzata in diritti umani. Matthew Murphy, redattore dell’ufficio di New York della Magnum Photos, e Carole Naggar li hanno assistiti fornendo dettagli sulla biografia di Chim. E su Time, Naggar ha spiegato benissimo il lavoro che ha portato a svelare la verità.

Le didascalie e i provini, scattati con una 35 mm e con una Rolleiflex, hanno permesso di seguire il fotografo in una mattina di settembre del 1948. Immaginiamo di essere con lui, a Varsavia. Chim prima fotografa lo stadio del Legia, poi cammina tra le macerie. Incontra un gruppo di scolari che spingono carriole piene di detriti e li segue, scoprendone in un orto.

Li ritrae, infine, davanti a un gruppo di edifici. Grazie a uno storico dell’architettura del gruppo no profit Warszawska Identyfikacja, quegli edifici sono stati individuati uno per uno. E nonostante la distruzione bellica, uno era ancora in piedi. In via Okopowa, nel quartiere di Muranów.

Il passo successivo è quello di dare un nome alla scuola di Tereska. La scuola compare in un cortometraggio del 1948, dove si riscontrano elementi fotografati da Chim: pavimenti in legno, pitture murali simili, una cornice nera sulla parete e un grande cicalino nero, metallico. Non è più un istituto per bambini con bisogni speciali; è diventata la Scuola Primaria 177 in via Tarczynska, quartiere di Stara Ochota.

A questo punto i ricercatori ottengono di consultare gli archivi dell’istituto, trasferiti nella nuova sede; lì ci sono le annotazioni commoventi degli insegnanti di Tereska. «È loquace, appassionata dei compiti scolastici e contribuisce attivamente alle lezioni di lettura e matematica». Tre possibili Tereska vengono intercettate nella classe del 1948. Due di loro non corrispondono all’età della bambina nella foto, sono più grandi. La terza invece pare avere 7 o 8 anni, il che corrisponde alla foto. La piccola aveva lasciato la scuola dopo un anno. È lei. Tereska. Il suo cognome è Adwentowska.

Il team di ricerca compie un’altra impresa: rintraccia il fratello e la cognata di Tereska e così ricostruisce alcuni elementi della sua vita. Il padre di Tereska, Jan Klemens, aveva un negozio di dolciumi a Varsavia. La madre, Franciszka, faceva lavori saltuari, come piccoli commerci nel ghetto ebraico.

Crescere in un negozio di dolciumi sembra un sogno per i bambini, ma non in questo caso. Ci sono la guerra e il terrore. Quando Tereska nasce, la Polonia è già occupata dall’esercito tedesco. Suo padre diventa un attivista della resistenza polacca ma durante la rivolta di Varsavia (agosto-ottobre ‘44) viene catturato dalla Gestapo. Lo torturano fino a fargli perdere tutti i denti.

Tereska e sua sorella Jadzia (14 anni) rimangono con la nonna. Arriva la Rivolta di Varsavia nell’agosto 1944, le truppe tedesche e le forze collaborazioniste perpetrano il massacro di Wola, trucidando tra i 40 e i 50 mila civili polacchi insieme ai partigiani dell’Esercito Nazionale, arrestati nel quartiere di Wola, dove vive Tereska.

La casa viene attaccata. Jadzia e la piccola Tereska, di quattro anni, fuggono seguendo la nonna. La donna però rientra nell’appartamento per prendere qualcosa. Non tornerà più, probabilmente assassinata. La casa salta in aria e l’esplosione travolge tutto e tutti.

C’è una scheggia. La sua traiettoria è terribile: colpisce Tereska alla testa, ferendole l’emisfero sinistro del cervello. Jadzia però non abbandona la sorellina. Le ragazze riescono ad allontanarsi da Varsavia e camminano per due o tre settimane fino a un villaggio a 65 chilometri di distanza, denutrite e ammalate, a piedi. Tre settimane di fame.

Alla fine della guerra Tereska frequenta la scuola elementare speciale; è lì che Seymour la incontra per la prima volta. La bimba ha un buon comportamento, a scuola brilla per il canto, il disegno e il lavoro manuale. Ma è in preda a turbe, inizia a comportarsi in modo violento e pericoloso per se stessa e per gli altri. Finisce per essere ricoverata in un ospedale psichiatrico. A parte i sedativi, sembra che non vi siano soluzioni. La bambina cresce, nella sofferenza; da adolescente inizia a bere e a fumare molto. Una sola cosa riesce a calmarla: disegnare. Disegna fiori, animali, la natura.

Intorno al 1962 le sue condizioni si fanno talmente difficili da motivare un secondo ricovero in un centro dove rimarrà per il resto della vita. È il manicomio di Tworki. Anno dopo anno, le uniche cose che desidera sono le sigarette, il cibo e dei pastelli. Il cibo, soprattutto. Non è appetito, non è un’istanza normale. Da quando è fuggita da Varsavia, non si è sentita mai sazia. Il 27 gennaio 1978 si rifugia in bagno per mangiare in fretta prima che qualcuno la scopra; ingurgita un boccone troppo grande e ne resta soffocata. Muore così.

La sofferenza di Tereska non è un risvolto del destino. È il risultato esclusivo della crudeltà umana. Era già scritto tutto, in quel groviglio sulla lavagna a Varsavia.

Ora è il caso di riguardare la fotografia. Tereska con gli occhi spalancati guarda l’obiettivo, guarda Seymour come persona e, di fatto, guarda noi. Ci parla. Questo è ciò che la guerra fa ai bambini.