di
Sara Gandolfi
Un falco, già direttore del famigerato Sebin, alla Guardia presidenziale. Il ministro Cabello: la rivoluzione continua
DALLA NOSTRA INVIATA
BOGOTA’ – Lezioni rinviate fino a nuovo ordine all’Università Centrale del Venezuela, «per non porre a rischio l’integrità fisica» di studenti e professori. Inciso: centinaia di giovani dell’ateneo sono stati vittime della repressione durante le proteste anti-Maduro.
Altrove, la vita riprende il suo tran tran, con la consueta circospezione di un popolo sotto sorveglianza, che oggi resta in attesa di capire cosa succederà domani. L’unica certezza è la lotta con il portafoglio: il tasso di cambio tra bolivar e dollaro, la moneta che detta il ritmo dell’economia locale, continua a svalutarsi. Il tasso ufficiale è 311 bolivar per dollaro (era 247 il 1° dicembre), ma per strada il biglietto verde si cambia a 800-900 bolivar. E se prima dell’attacco americano un litro di latte si acquistava a 12 dollari, ieri superava i 16.
All’interno del regime, continua il braccio di ferro. La neo-presidente ad interim Delcy Rodríguez, costretta a governare sul filo del rasoio, tenta di consolidare il potere, avviando le prime nomine e, sotto traccia, una nuova era di purghe. Calixto Ortega Sánchez, ex presidente della Banca Centrale, sarà il nuovo ministro dell’Economia.
«Per la fine dell’anno, speriamo di consolidare i dati del 2025», ha dichiarato Rodríguez alla tv pubblica, citando una stima di crescita del 6,5% ma senza far alcun accenno ai progetti degli Usa (ieri la compagnia petrolifera statale Pdvsa ha confermato che i negoziati vanno avanti). La prima testa a cadere, invece, è quella del comandante della Guardia d’Onore Presidenziale, Javier Marcano Tábata. Al suo posto, subentra un «falco», il generale Gustavo González López, già direttore del famigerato Sebin, il Servizio di intelligence bolivariano che le organizzazioni per i diritti umani considerano tra i maggiori responsabili della repressione e della persecuzione politica. Una nomina che pare contraddire l’annuncio di Donald Trump sull’imminente chiusura della «camera di tortura nel centro di Caracas», il famigerato e abnorme Helicoide dove il Sebin sevizia i prigionieri.
Incoerenze di un «piano in tre tappe: stabilità, ripresa e poi transizione», come promette il segretario di Stato Usa Marco Rubio, ancora tutto da costruire. Washington si affida alla “pragmatica” Delcy. Scrive Joshua Gooodman dell’agenzia Ap: «La presidente ad interim del Venezuela è salita alla ribalta grazie a mosse strategiche e astuzia politica. Nel 2017, in qualità di ministro degli Esteri venezuelano, ha incaricato Citgo di donare 500.000 dollari all’insediamento di Donald Trump, con l’obiettivo di attrarre investimenti americani». I suoi sforzi «l’hanno resa una figura chiave negli ambienti imprenditoriali e politici statunitensi». Ma la transizione «made in Usa» ha molti nemici.
«Chi ride perché si sono portati via Nicolás non ha capito che la Rivoluzione bolivariana è ancora qui», ha avvertito il ministro degli Interni Diosdado Cabello, i cui sgherri — i paramilitari dei Colectivos — sono tornati a pattugliare in massa le strade di Caracas. Immediata la replica di Washington. Secondo l’agenzia Reuters, l’amministrazione Trump ha contattato tramite intermediari Cabello con un messaggio netto: o ti schieri dalla nostra parte o farai la fine di Maduro. Se collabora con i fratelli Rodríguez, la Casa Bianca troverebbe un modo per spedirlo in esilio. Il capo più temuto del regime non è una preda facile e imita le tattiche dei guerriglieri. «Dorme di giorno, si sposta costantemente di notte, e non rimane mai a lungo nello stesso posto» scrive il Miami Herald. «Maduro governava come un re. Cabello vive come un insorto». E non è mai stato un alleato di Delcy Rodríguez, la tecnocrate cui Washington ha già presentato una lunga lista di richieste, tra cui la rottura di ogni rapporto economico con Cina, Russia, Iran e Cuba, e la cacciata dei loro agenti.
7 gennaio 2026 ( modifica il 7 gennaio 2026 | 23:42)
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