Almeno 11 persone sono morte ad Aleppo, in Siria, durante gli scontri tra le milizie governative guidate dal presidente provvisorio Ahmed al Sharaa e i gruppi curdi riuniti nelle Forze democratiche siriane (SDF), che da circa sei anni amministrano autonomamente circa un terzo del territorio del paese, nel nord-est, dopo aver sconfitto in quell’area lo Stato Islamico con il sostegno degli Stati Uniti.

La sera del 6 gennaio il governo aveva annunciato la chiusura per 24 ore dell’aeroporto, degli uffici governativi, delle scuole e delle università di Aleppo. Dopodiché l’esercito aveva annunciato una serie di operazioni per riprendere il controllo di due quartieri di Aleppo controllati dai curdi, dichiarandoli «zone militari chiuse» a partire dalle 15 di mercoledì ora locale. L’esercito aveva anche annunciato la creazione di due corridoi umanitari per l’evacuazione dei civili. Allo scadere dell’ultimatum sono ripresi scontri e bombardamenti che hanno causato sette morti nelle aree controllate dalle SDF e altri quattro nelle zone controllate dal governo. Tra questi ultimi ci sarebbe anche un soldato, secondo l’agenzia di stampa statale siriana SANA. Decine di persone sono state ferite.

In seguito alla caduta, nel 2024, del regime di Bashar al Assad in Siria e alla formazione di un nuovo governo le milizie curde e le forze siriane si sono scontrate più volte nonostante il raggiungimento, a marzo, di un accordo per fare in modo che le istituzioni politiche e militari curde venissero integrate in quelle nazionali siriane. I colloqui sull’accordo si sono trascinati per mesi, si sono ripetutamente bloccati e tra le due parti ci sono stati regolarmente brevi scontri.

Secondo vari testimoni le ultime violenze tra forze governative e SDF sono riprese mercoledì dopo una breve pausa e ciascuna parte ha accusato l’altra di avervi dato inizio. Alcune delle fazioni che compongono il nuovo esercito siriano sono storicamente sostenute dalla Turchia, che considera le SDF un’organizzazione terroristica a causa della loro vicinanza al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) che per decenni ha combattuto una guerra contro lo stato turco per ottenere maggiore autonomia, prima di decidere lo scioglimento e di dichiarare un cessate il fuoco lo scorso marzo.