– L’8 gennaio arriva nelle sale italiane l’opera di Oliver Laxe premiata a Cannes e candidata a cinque Oscar: una famiglia alla ricerca della figlia fra i rave nel Sahara
– «Ho vissuto cinque anni in un’oasi del deserto marocchino, facendo parte di una comunità di raver», racconta il regista. «Voglio portare il cinema nel territorio della musica»
– «Ho scritto la sceneggiatura ballando. La techno, sempre più esoterica e trascendentale, ha un valore catartico». Ritmi martellanti accompagnano tutta la visione
«Una delle prime idee che ho avuto per questo film è stata una frase di Nietzsche. Dice: “Non crederò in un Dio che non danza”». Così Oliver Laxe introduce Sirāt, film lisergico, techno, estatico e, nel finale, esplosivo (letteralmente), pieno di suggestioni, magia e mistica già in concorso al Festival di Cannes, dove ha vinto il Premio della Giuria, e adesso in gara per la Spagna agli Oscar 2026 in ben cinque categorie tra cui la principale: Miglior Film Internazionale.
Prodotto da Almodovar e ispirato a Sirāt, che nella tradizione islamica indica il ponte che separa l’inferno dal paradiso, il film, in sala dall’8 gennaio, racconta la storia di Luis (Sergi López), un bravo e solido padre che sta cercando l’inquieta Marina, la figlia di 20 anni, insieme al secondogenito dodicenne. E questo nel rumore più assordante di un rave nel deserto del Marocco e tra le persone più eclettiche possibile alle prese con tutto ciò che le possa stordire. Un “film-rave” Sirāt che si segue inevitabilmente battendo il piede al ritmo sincopato della musica elettronica di David Letellier, (aka Kangding Ray), molto vicina a quella estatica magrebina.
Oliver Laxe frequenta i rave, «feste gratuite», chiarisce, indicando quelli ai quali si arriva tramite passaparola. «Ho fatto parte di una comunità di raver», racconta. «In passato ho vissuto cinque anni in un’oasi del deserto marocchino. Il film ha avuto una gestazione lunga dodici anni». Ha riflettuto a fondo sul loro significato e sull’effetto che hanno su di lui. «Abbiamo ancora il ricordo nei nostri corpi di queste cerimonie che abbiamo celebrato per migliaia di anni, quando realizzavamo una sorta di catarsi con i nostri corpi».
Sirāt è diventato costantemente, dal suo debutto a Cannes a maggio, un film sempre più amato: non solo il beniamino della critica, ma un’ossessione per chi l’ha visto. Una festa danzante nel deserto ambientata in un momento di apocalisse vagamente accennato, il film è qualcosa che si sente, non si risolve. I suoi ritmi EDM martellanti ti risuonano piacevolmente nel petto (a patto che gli altoparlanti del cinema siano all’altezza). E le esplosioni all’orizzonte fanno tremare il cuore.
«Voglio portare il cinema nel territorio della musica», sostiene. «Ho scritto Sirāt ballando. La techno, sempre più esoterica e trascendentale, ha un valore catartico».

Laxe può parlare delle sue influenze: le epopee cosmiche del maestro russo Andrej Tarkovskij o i road movie esistenziali come Zabriskie Point e Two-Lane Blacktop. Ma non è il prodotto di un tipico percorso di studi universitari. Piuttosto, è la sua fuga da quel percorso, dopo essere cresciuto nella Galizia settentrionale spagnola e aver studiato a Barcellona (provò a Londra per un po’).
A 24 anni, Laxe si trasferì a Tangeri, in Marocco, dove avrebbe vissuto per dodici anni, in un luogo monastico, lontano dal glamour del cinema, collaborando con i bambini del posto ai suoi film. L’esperienza si sarebbe poi concretizzata nel suo primo lungometraggio, You Are All Captains del 2010, che lo avrebbe portato sul podio dei vincitori a Cannes, così come il suo secondo e terzo film, tutti precedenti a Sirāt, il suo quarto. «È un film sulla vita, sulla morte e sulla famiglia, un vagabondaggio fisico e spirituale nel segno di Tarkovsky che è uno dei miei riferimenti cinematografici», dice oggi il regista.
“Sirāt” significa “strada” in arabo, spesso con una connotazione religiosa, e il film intraprende un viaggio unico, passando dalla danza sciolta delle sue prime scene ai binari di un treno che si estendono fissi fino al capolinea. C’è anche una ricerca che ci introduce nel film: un padre e un figlio alla ricerca tra i raver della figlia scomparsa, potenzialmente un omaggio a Sentieri selvaggi o a Hardcore di Paul Schrader. «Ovviamente ho un percorso spirituale e questo percorso riguarda la celebrazione della crisi», spiega. «Il mio percorso è stato attraverso la crisi. È l’unico momento in cui ti connetti con la tua essenza. Voglio solo crescere. Ecco perché mi tuffo nell’abisso».
Girato tra Spagna e Marocco, Sirāt, dopo tutta una serie di finali tragici che solo alla fine mostrano un po’ di speranza, ha nel cast come attori professionisti Sergi López, Bruno Núñez e Jade Oukid. Il film, oltre agli Oscar, è candidato anche in quattro categorie degli European Film Awards: Miglior Film, Regista (Oliver Laxe), Attore (Sergi Lopez) e Sceneggiatore (Santiago Fillol & Oliver Laxe).