di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Chi va in pensione può incappare in un paradosso: i contributi degli ultimi anni di lavoro, se caratterizzati da redditi più bassi, possono ridurre l’assegno. Ecco quando è possibile il ricalcolo

Il progressivo irrigidimento dei requisiti pensionistici rende sempre più frequente un paradosso: lavorare più a lungo può tradursi in un assegno più basso. Accade quando la fase finale della carriera è caratterizzata da retribuzioni inferiori rispetto al passato, con un effetto negativo sul calcolo della pensione. In alcuni casi, tuttavia, è possibile intervenire sull’importo già liquidato e ottenere un assegno più alto, chiedendo all’Inps il ricalcolo della pensione. 

Il meccanismo esiste da tempo ma resta poco conosciuto. Non introduce nuovi diritti né prestazioni aggiuntive, ma consente — a determinate condizioni — di chiedere all’Inps il ricalcolo della pensione escludendo alcuni contributi che, pur regolarmente versati, producono un risultato sfavorevole.



















































​La neutralizzazione dei contributi

La cosiddetta neutralizzazione dei contributi è un istituto di origine giurisprudenziale. Il ricalcolo non è automatico: deve essere richiesto all’Inps attraverso una domanda di ricostituzione della pensione. È stato riconosciuto dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 82 del 2017 e ulteriormente chiarito dalla Corte di Cassazione, che nel 2024 ne ha esteso l’ambito applicativo anche ai pensionati anticipati, purché abbiano raggiunto l’età della pensione di vecchiaia.

Il principio è quello di evitare che periodi lavorativi successivi alla maturazione del diritto pensionistico — ma caratterizzati da redditi più bassi — incidano negativamente sull’importo dell’assegno. La neutralizzazione consente di escludere tali periodi dal calcolo, se risultano penalizzanti.

​Quando può essere richiesta

La neutralizzazione riguarda solo le pensioni calcolate, anche parzialmente, con il metodo retributivo o misto. È escluso il sistema interamente contributivo, nel quale l’importo dipende dal montante complessivo dei versamenti e dall’età di accesso alla pensione, non dalla media delle retribuzioni.

Un chiarimento rilevante riguarda chi è andato in pensione anticipata. In questi casi, la richiesta di neutralizzazione può essere presentata solo al compimento dei 67 anni, quando la prestazione viene equiparata alla pensione di vecchiaia. È solo da quel momento che diventa possibile valutare se alcuni contributi finali non siano più necessari ai requisiti e producano invece un effetto sfavorevole sull’importo.

​Il limite temporale: gli ultimi cinque anni

Secondo l’orientamento consolidato, la neutralizzazione può riguardare esclusivamente i contributi collocati negli ultimi cinque anni di carriera. Periodi più lontani, anche se caratterizzati da retribuzioni più basse, non possono essere esclusi dal calcolo. Il punto è centrale: non conta solo la presenza di contributi «deboli», ma quando sono stati versati.

​I casi più frequenti

Il caso più frequente riguarda chi, dopo aver maturato i requisiti pensionistici, decide di proseguire l’attività lavorativa accettando però condizioni meno favorevoli: un passaggio al part-time, mansioni meno retribuite, contratti più leggeri o periodi di lavoro discontinuo. In presenza di una quota di pensione calcolata con il metodo retributivo, questi anni finali possono abbassare la retribuzione pensionabile e ridurre l’importo dell’assegno. Il ricalcolo conviene soprattutto a chi ha proseguito l’attività lavorativa dopo aver maturato il diritto alla pensione, ma con stipendi più bassi rispetto al resto della carriera. In questi casi, se la domanda viene accolta, l’aumento dell’assegno è stabile, perché elimina un effetto distorsivo prodotto dagli ultimi anni di contribuzione.

La neutralizzazione interviene proprio per evitare che un prolungamento dell’attività lavorativa produca un risultato paradossale: più contributi, ma una pensione più bassa.

​Quando la neutralizzazione è già automatica

Un aspetto poco noto riguarda i contributi figurativi legati alla disoccupazione. I periodi coperti da Naspi, infatti, sono già neutralizzati automaticamente dall’Inps ai fini della determinazione della retribuzione pensionabile. Non è quindi necessaria una richiesta specifica per questi contributi, che non incidono sulla media retributiva.

Diverso è il caso di retribuzioni effettivamente percepite ma ridotte: part-time, contratti meno remunerativi o periodi di lavoro povero, che invece entrano nel calcolo e possono essere oggetto di neutralizzazione solo su domanda.

​I casi esclusi

Restano esclusi:

* i pensionati con trattamento interamente contributivo;
* chi ha bisogno di quei contributi per raggiungere il diritto alla pensione;
* chi chiede di neutralizzare periodi non collocati nella fase finale della carriera.

Il principio giuridico è chiaro: non si possono eliminare contributi necessari al diritto, ma solo quelli che, una volta maturata la pensione di vecchiaia, risultano superflui e penalizzanti.

La procedura di ricalcolo

La neutralizzazione non è automatica. Occorre presentare all’Inps una domanda di ricostituzione della pensione, indicando in modo esplicito i periodi per i quali si chiede l’esclusione. Alla domanda va allegata la documentazione utile a dimostrare il calo retributivo.

Se accolta, la ricostituzione produce effetti retroattivi, nei limiti della prescrizione. Un dettaglio che rende particolarmente rilevante una valutazione tempestiva della propria posizione contributiva.

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8 gennaio 2026 ( modifica il 8 gennaio 2026 | 08:21)