Se proprio si volesse andare indietro, all’infanzia dell’autore, bisognerebbe dire che tutto è iniziato con La Mosca di David Cronenberg, con la videocassetta dei genitori dal titolo scritto in un bianchetto che andava sciogliendosi: «Già la scritta mi metteva una paura tremenda». Il film risale al 1986, Matteo Burani, bolognese, 35 anni a marzo, deve averla osservata da piccolo (anzi, «da bambinissimo» come dice lui), quando non immaginava re di diventare il regista di Playing God, il cortometraggio di animazione entrato nella shortlist che prelude alle candidature agli Oscar 2026.

Un traguardo scintillante, frutto di un impegno curato in ogni minimo particolare: «Essere in shortlist rappresenta per noi un riconoscimento del percorso complesso, durato sette anni, che ci ha portato fin qui, motivati, prima di ogni altra cosa, dal desiderio di fare cinema». Premiato in una sfilza di festival e rassegne, dopo il debutto alla Settimana della Critica della Mostra di Venezia e il Nastro d’Argento, lodato da un’infinità di nomi celebri (Zerocalcare compreso) Playing God è l’unico prodotto con cui, quest’anno, l’Italia partecipa alla notte delle stelle. Nove minuti in stop motion per ricordare, come ribadiscono Burani e l’animatrice nonché co-produttrice (con Studio Croma Animation) Arianna Cheller, che, ogni tanto, anche il nostro può essere un Paese per giovani: «Il corto dimostra che un team di trentenni che ha scelto di costruire la propria carriera in Italia può, a pieno titolo, confrontarsi con l’animazione internazionale».
Da dove nasce l’idea di “Playing God”?
«Da una prima suggestione, molto acerba, che metteva in relazione la figura di un creatore, scultore oppure “puppet maker”, con la sua creatura. Il titolo è venuto subito, “playing God” è un’espressione idiomatica inglese che significa più o meno agire come se si fosse Dio, “cercare di fare qualcosa oltre i limiti delle possibilità umane”. Ma la reference più importante riguarda l’artista Alberto Giacometti».
Cioè?
«La mia professoressa di scultura mi fece vedere, al liceo, un’intervista in cui Giacometti diceva di non riuscire a scolpire le sue statue in argilla. L’intervistatore insisteva e lui semplicemente ripeteva di non riuscire a fare quel che aveva in mente, insomma parlava dei suoi tentativi incompleti. Ho pensato che sarebbe stato bello raccontarli».

Il corto comunica un’impressione di fragilità. È così?
«Sì, e sono orgoglioso del fatto che sia riuscito a portare al centro dell’attenzione un immaginario fatto di creature imperfette, disturbanti, perfino scomode. Anche da ciò che spaventa o respinge può nascere ispirazione, soprattutto per chi cresce sentendosi “diverso”. Il corto vuol essere un inno agli emarginati, ai giudicati, ai rinnegati, a tutti coloro che cercano un senso di appartenenza. La forza nasce quando le fragilità si uniscono e, alla fine, anche un Dio creatore, convinto di essere onnipotente, può ritrovarsi solo e in minoranza, difronte al dolore che ha generato».
Lo stile rimanda al genere horror. Una sua passione?
«Parlerei più che altro di “body horror”, dove l’immagine fa subito pensare al terrore, ma poi arriva anche il significato, che è molto sfaccettato. D’altra parte tutto il cinema horror si basa sullo stimolare un ragionamento partendo da un micro-trauma. Poi, in questi ultimi anni, è successo che l’horror abbia acquistato sensi e messaggi molto più sottili che in passato, certe volte anche politici».
Quali sono i suoi autori di horror preferiti?
«Gli asiatici, Dario Argento, Lamberto Bava. Ho sempre cercato questo tipo di cinema, ultimamente ho molto apprezzato alcuni autori contemporanei, per esempio Ari Aster. A Venezia ho visto il suo Eddington, sono uscito dalla sala letteralmente terrorizzato, mi è piaciuto moltissimo».
Quando ha deciso di occuparsi di animazione?
«Sono sempre stato un autodidatta. All’arte figurativa classica mi sono avvicinato grazie a mio nonno, da bambino volevo fare il pittore e lo scultore. Il percorso scolastico è stato difficile, non mi interessava nient’altro che disegnare e scolpire. Mi mettevo sempre al primo banco, ma l’unica ragione era che, da quella posizione, potevo ritrarre meglio i professori. Le superiori non le ho neanche finite, ho iniziato subito a fare pratica nello stop motion, una tecnica che riuniva le cose che mi interessava. Ero convinto di voler fare solo quello, magari oggi ci ripenserei, ma allora ero in piena adolescenza e mi sono buttato».
l’intervista
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Come hanno reagito i suoi?
«La prima reazione è stata di spavento mista a sconforto. Poi è subentrato un atteggiamento di totale supporto, adesso sono contenti, anche se fanno ancora un po’ fatica a capire che cosa sto facendo».
E quando è arrivata la notizia della short-list?
«È stato fantastico. Non eravamo a Los Angeles, ma qui in Italia, a Bologna. La tensione era altissima, abbiamo messo insieme tutto il team più gli amici stretti, quelli che erano fuori hanno partecipato via Zoom, in tutto eravamo una ventina di persone. Avevamo un po’ di previsioni positive, basate su grafici, statistiche, numeri. Se non fossimo entrati sarebbe stato un evento collettivo molto triste, invece…».
Adesso si fanno gli scongiuri e si aspetta l’annuncio delle nomination. Quali sono gli avversari più temibili?
«C’è una gran varietà di temi, ci sono molti corti di argomento politico, e poi, naturalmente pesa anche l’impegno economico, quindi ci sono quelli come dire… entrati grazie alla corsia preferenziale…A mio modesto parere, Playing God ha il suo impatto, ma ci sono tanti altri concorrenti non privi di punti di forza».