di
Paola Stroppiana
La «Madonna con Bambino» del 1440-1450 è qui dal 1852. La direttrice Paola D’Agostino: «Un tesoro di bellezza e intensità»
Anche Torino ha il «suo» Beato Angelico. Nella grande mostra fiorentina dedicata all’opera di Fra’ Giovanni da Fiesole, attualmente in corso negli spazi di Palazzo Strozzi e del Museo di San Marco, è possibile ammirare una tavola del grande maestro toscano proveniente dai Musei Reali di Torino, dove è conservata da oltre 150 anni. Si tratta di una bellissima tavola raffigurante una «Madonna con Bambino» (o «Madonna dell’Umiltà») realizzata tra il 1440 e il 1450.
Il frate pittore
Guido di Pietro (Vicchio, 1395 ca. – Roma, 1455), frate domenicano con il nome di Giovanni (prese i voti nel convento di Fiesole), già in vita godette di notevole fortuna critica presso i suoi contemporanei per l’emozionante misticismo delle sue opere, in perfetto equilibrio tra i riflessi divini dell’oro bizantino e una nuova sintassi formale. Curiosamente, la sua fama è giunta a noi con due appellativi che gli sono stati assegnati in tempi diversi: fu Giorgio Vasari ne «Le vite» (1550) ad aggiungere l’aggettivo «angelico». Nel 1982 papa Giovanni Paolo II lo proclamò «beato», ma già subito dopo la sua morte era così evocato dal popolo, sia per la religiosità della sua arte che per le riconosciute doti di umiltà.
La tavola di Torino
Nella tavola di Torino la Vergine, «Mater Ecclesia», è posta all’interno di una chiesa, seduta su un basso sedile: sullo sfondo un’esedra absidale — già di perfetto gusto rinascimentale — rievoca la rotonda del Pantheon di Roma, un’architettura scandita da lesene in pietra serena rivestite da preziosi porfidi. L’opera gioca sulla sontuosità dei toni del rosso e dell’oro, ed è ricca di dettagli di grande raffinatezza, come la cortina dorata graffita sull’oro, o la minuzia con cui sono resi il cartiglio e la fibbia, dipinti in modo da sottolinearne la translucenza vitrea. Da notare la posa del Bambino, insolita e ricercata: il corpo reclinato su un lato, la piccola mano che afferra il cartiglio («Ego sum lux mundi»), riprende direttamente l’iconografia delle divinità fluviali classiche come il Nilo e il Tevere, a testimonianza degli studi condotti dall’Angelico sulle sculture antiche romane. Abbiamo rivolto alcune domande sull’opera a Paola D’Agostino, direttrice dei Musei Reali di Torino dall’ottobre scorso.
Direttrice D’Agostino, qual è la storia della tavola di Beato Angelico, come è arrivata a Torino?
«È un’opera estremamente interessante, che testimonia bene l’ampiezza del progetto di musealizzazione di Carlo Alberto di Savoia: come sappiamo quest’ultimo concepisce l’idea di creare una grande pinacoteca nazionale, non più limitata alle collezioni di corte ma in grado di offrire un panorama completo delle scuole pittoriche italiane; è in questo periodo che avviene la riscoperta dei grandi maestri del Rinascimento. Affida al marchese Roberto d’Azeglio l’incarico di acquistare opere sul mercato antiquario: tra i dipinti che D’Azeglio porta a Torino nel 1852 c’è anche la tavola in questione, già acquisita dal nobiluomo piemontese Ettore de Garriod, residente a Firenze. L’opera è documentata per la prima volta all’inizio dell’Ottocento nel capoluogo toscano nella collezione del conte bibliofilo Dmitrij Buturlin. Non sappiamo per quale istituzione fosse stata eseguita in origine: sono state fatte varie ipotesi, ma non vi è nessuna certezza. Resta una delle sue opere in collezione pubblica fuori dalla Toscana di più alta qualità esecutiva».
Possiamo dire che in quegli anni si stava affermando un’idea di museo «universale»?
«Sì. Erano gli anni in cui nascevano in tutta Europa i grandi musei nazionali e si consolidava la consapevolezza di creare raccolte che rappresentassero tutte le scuole di pittura. Torino, capitale di uno stato moderno, aveva direttori e funzionari di grande lungimiranza, che si posero il problema di costruire una raccolta di respiro nazionale, sul modello di quanto stava accadendo altrove in Europa. Pensiamo al Louvre, alla sua riorganizzazione dopo le spoliazioni napoleoniche, o, tornando in Italia, al Museo delle Antichità fondato dai Borbone nel Palazzo degli Studi a Napoli — quello che oggi conosciamo come Museo Archeologico Nazionale. È un disegno che nasce in un contesto più ampio, illuminista e poi nazionalista, di diffusione della conoscenza e valorizzazione del patrimonio».
Che cosa rende particolare il dipinto torinese di Beato Angelico?
«È un’opera tarda, databile alla metà degli anni Quaranta del Quattrocento, dunque al rientro dell’artista da Roma. È considerata una rielaborazione matura della giovanile “Madonna delle Ombre”, affrescata nel corridoio orientale del dormitorio nel convento di San Marco, anch’essa databile tra il 1440 e il 1450, e realizzata dopo il soggiorno romano. Qui assistiamo all’opera di un artista che ha conosciuto e studiato attentamente l’architettura antica, ne ha visto i principali monumenti, certamente il Pantheon: un artista ormai consapevole, che reinterpreta i suoi temi con una visione più ampia».
È vero che non era mai stata prestata prima?
«Sì, l’opera non era stata concessa in prestito per motivi conservativi, neppure alla grande mostra newyorkese del 2003, sebbene fosse stata richiesta. È stata prestata ora alla mostra fiorentina, grazie alla decisione del direttore che mi ha preceduta, Mario Turetta, in accordo con la dottoressa Annamaria Bava, curatrice delle collezioni della Sabauda: si tratta davvero di un prestito eccezionale. A chiusura della mostra di Firenze tornerà nella collezione permanente, al secondo piano, nella sezione dedicata alla pittura del Rinascimento italiano. Inoltre il prossimo 6 febbraio sarà inaugurata una mostra-dossier che metterà a confronto il Giudizio Universale del Beato Angelico, eccezionalmente prestato dal Museo di San Marco, e quello manierista di Bartholomäus Spranger, già conservato alla Galleria Sabauda. Un dialogo inedito che illumina continuità e trasformazioni tra Rinascimento e Manierismo».
C’è sempre un effetto particolare quando un’opera rientra da una grande esposizione…
«È quell’ “effetto mostra” o “artista” che tutti abbiamo vissuto. Penso, ad esempio, alla grande monografica su Verrocchio che ho curato per il Museo del Bargello (diretto dalla D’Agostino dal 2015 al 2024, ndr): è stato sorprendente osservare come la visione d’insieme delle opere, riunite per la prima volta, abbia suscitato una consapevolezza nuova nel pubblico. Mi ricordo quando la “Dama col mazzolino” è andata in mostra a Washington: non era la prima volta che partiva, ma la sua assenza ha suscitato una vera mancanza, e quando è tornata è stata accolta con entusiasmo. Penso che accadrà lo stesso con la “Madonna con Bambino”: i torinesi, sia che lo abbiano visto a Firenze o che lo riscoprano qui, verranno a rivedere “il loro” Beato Angelico, un’opera di grande bellezza e intensità».
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8 gennaio 2026 ( modifica il 8 gennaio 2026 | 06:45)
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