di
Elisabetta Andreis

«Il primo passo è decolpevolizzare». La psicoterapeuta nel liceo di Chiara Costanzo: «I comportamenti dissociati possono avere molte forme»

Al liceo Virgilio di Milano la 3D respira male. Sguardi bassi. Sedie spostate. Qualcuno che chiede di uscire. Tutto passa da lì, dal corpo, prima che dalle parole. Ventuno ragazzi. Quattro che mancano. Un gruppo chiamato a reggere qualcosa di troppo grande. Nella classe che aspetta Kean, Leonardo, Francesca e Silvia, i compagni ricoverati per le gravi ustioni dopo la strage di Crans-Montana, ieri sono entrati cinque psicoterapeuti volontari dell’associazione Sipem Sos Lombardia. Il lavoro, ora, è tenere insieme ciò che si è rotto.

Le reazioni emergono subito. Il pianto trattenuto. Tremori. Bisogno di camminare. Silenzi. Ci sono anche due studenti che avrebbero dovuto essere a Crans con gli altri e per un banale motivo — l’influenza — non sono partiti. «Il primo passo è decolpevolizzare. Diciamo chiaramente che nessuno ha sbagliato. Non Chiara (Costanzo) che era lì a ballare, non Achille (Barosi), che è rientrato nel locale quando c’erano già le prime fiamme per salvare gli amici, non chi filmava con il cellulare», interviene Stefania Sacchezin, psicoterapeuta e volontaria dell’associazione EMDR che coordina invece il lavoro al liceo Moreschi, la scuola che frequentava Chiara, che ha perso la vita a Crans. 



















































«In quelle situazioni i comportamenti dissociati possono avere molte forme. Ognuno fa il meglio che può in base a ciò che il suo sistema ha percepito. È una reazione chimica e di difesa che arriva prima del pensiero. Non sono scelte per come le intendiamo a mente fredda». I comportamenti in quelle situazioni, spiega, non seguono una scala morale. «Chi scappa, chi combatte, chi si congela».

Al Virgilio parla anche il silenzio, spiega Ivan Giacomel, Ordine degli psicologi e volontario della Società italiana Psicologia dell’emergenza (Sipem). «Dagli alunni arrivano pensieri profondi. La fragilità della vita. Il coraggio dei soccorritori e dei padri». 

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In classe nessuno prende appunti. Qualcuno stringe le mani sotto il banco. Qualcuno guarda fuori. Nessuno viene sollecitato. In quell’ora non c’è un centro. La classe si muove a onde. C’è chi resta seduto fino alla fine e chi esce due volte. Chi ascolta tutto e chi perde dei passaggi. Nessuno viene richiamato. Il tempo si adatta ai ragazzi, non il contrario. È anche così che si tiene insieme un gruppo: lasciando spazio alle diverse velocità. La classe è una risorsa. Stare uniti in questa fase evita l’isolamento, la sensazione di essere colpevoli o strani. E quando qualcuno si alza, o piange, o tace, diventa una possibilità anche per gli altri.

Il lavoro passa anche dal corpo. Spiegare che insonnia, tachicardia, rabbia improvvisa non indicano fragilità serve anche agli adulti. «Dirlo abbassa la soglia dell’allarme. Ferma la caccia al sintomo. Restituisce una mappa minima di normalità».

Poi arrivano gli strumenti per tenere l’equilibrio. Piccole tecniche pratiche. Appigli. Rallentare il respiro quando il cuore accelera. Proteggere la propria intimità mentre i social continuano a rilanciare video e commenti.
La prima cosa che gli psicologi dicono ai ragazzi riguarda il presente. «Questo è un lutto collettivo». Serve a dirlo così. Perché non serve essere stati lì per sentirsi coinvolti. Amici, fidanzati, compagni di scuola, conoscenti anche solo virtuali, via social. La distanza non protegge. A volte amplifica.

Gli interventi prevedono diversi incontri, anche con i genitori e gli insegnanti. E fuori dalla scuola, ad esempio nelle società sportive frequentate dai ragazzi. Perché il trauma si muove. Non resta fermo. «Mai come questa volta le richieste di aiuto sono state così numerose, persino più che dopo il Covid — si stupisce Roberta Brivio, presidente della Sipem Sos Lombardia —. L’evento traumatizza perché è successo in un contesto abituale. Un luogo che ragazzi e genitori sentivano sicuro». Il primo dell’anno, la mattina dopo la tragedia, era stata allertata dalla Protezione civile. Ha lasciato le vacanze ed è partita per Crans-Montana, con alcune colleghe. Due sono rimaste in Svizzera, con i genitori di Leonardo che non ha ancora potuto essere trasportato a Milano. A volte il primo aiuto è la cura di rimanere accanto.

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8 gennaio 2026 ( modifica il 8 gennaio 2026 | 07:49)