C’è un modo molto contemporaneo di tornare alla ribalta: non perché si venga davvero riscoperti, ma perché si venga intercettati. Accade oggi a Prince, la cui Purple Rain rientra nel flusso globale grazie a Stranger Things. Una canzone che riemerge non come opera, ma come elemento funzionale a una scena, a un’emozione rapida, a un meccanismo virale. Non è una colpa delle nuove generazioni, né un tradimento della memoria: è il modo in cui oggi la musica circola, viene processata, consumata. Il problema non è che Purple Rain torni. Il problema è come rischia di tornare. Perché Prince è molto, molto altro. E vale la pena ricordarlo.
Nei consueti nove punti di questo blog, provo a fare memoria su Prince, più in generale su ciò che non può essere ridotto a riflesso.
Cominciamo.
1. Un linguaggio personale, non un genere
Prince non ha mai “scelto” un genere: li ha attraversati tutti come fossero materiali. Funk, rock, soul, pop non sono etichette, ma strumenti di una lingua personale, immediatamente riconoscibile. Purple Rain è l’esempio perfetto: una ballata che nasce dal groove, si veste di chitarre e si porta dietro un’idea di pop tutt’altro che convenzionale. Per questo ridurla — o anche solo ricordarla — come “la canzone di una serie” è pericoloso: cancella la cosa più rara, cioè l’autore. E con lui, la sua lingua.
2. Il controllo come forma d’arte
Prince ha dimostrato che un artista può controllare tutto senza diventare autoreferenziale. Scrittura, arrangiamenti, strumenti, produzione, immagine: nulla era delegato per comodità. Non si tratta di mania di controllo, ma di responsabilità artistica. Ogni dettaglio concorreva a un disegno coerente, riconoscibile, non negoziabile. Purple Rain non è solo una canzone riuscita: è il risultato di una visione che governa ogni passaggio, dal suono alla postura. In un’industria che frammenta l’opera, Prince ha scelto l’opposto: l’unità come atto politico.
3. Un ecosistema autosufficiente
Prince non era “solo” un musicista. Era un ecosistema. Attorno a lui orbitavano band, collaboratori, side project, identità multiple, spesso firmate con pseudonimi. Questa proliferazione non era dispersione, ma espansione di un mondo coerente e autosufficiente. Purple Rain è una soglia, non un recinto: attraversarla significa entrare in un sistema, non fermarsi a un’immagine.
4. Ambiguità come scrittura
L’ambiguità, per lui, non è mai stata una posa. Piuttosto una forma di scrittura: musicale, sessuale, identitaria. Voce, corpo, presenza scenica diventano così un rifiuto netto dell’appartenenza, la scelta consapevole di stare nello spazio della contraddizione. In Purple Rain questa ambiguità si fa emotiva: dolore e redenzione, forza e fragilità convivono senza essere separati. È proprio questa tensione interna a rendere il brano irriducibile a qualsiasi funzione narrativa esterna.
5. Oltre i confini di genere
Prince ha destrutturato i confini di genere — musicale e non — quando farlo non era una posa, ma un rischio concreto. Non l’ha mai rivendicato come teoria: l’ha semplicemente praticato. Purple Rain porta dentro questa postura radicale. È una canzone che non si lascia incasellare, né spiegare fino in fondo, perché tiene insieme spiritualità e carne, intimità e spettacolo, vulnerabilità e controllo. Ed è proprio questa tenuta, volutamente non risolta, a impedire che il brano venga semplificato, addomesticato o ricondotto a una funzione.
6. L’eccesso come disciplina
Dietro l’apparente eccesso, a regolare il tratto artistico di Prince c’è una disciplina ferrea. Ore di studio, controllo maniacale del suono, perfezionismo estremo: nulla è lasciato al caso. L’eccesso non è mai casuale, ma governato. In Purple Rain l’intensità emotiva è il risultato di una costruzione precisa, non di un abbandono incontrollato. È questa architettura nascosta a rendere il brano solido, duraturo, impermeabile alle semplificazioni.
7. Il conflitto con l’industria
Ne ha combattuto il sistema, non per marketing, ma per libertà. Ha pagato un prezzo altissimo pur di difendere il controllo sulle proprie opere, in un’epoca in cui mettere in discussione quel sistema sembrava impensabile. Quel conflitto non è un capitolo accessorio, ma parte integrante della sua storia artistica. Ascoltare Purple Rain senza tenere conto di questa battaglia significa amputarne una dimensione fondamentale: quella politica, nel senso più profondo e meno sloganistico del termine.
Béla Tarr, il più grande. Con lui un’esperienza originalissima del tempo

8. Un pop radicale
Prince ha dimostrato che il pop può essere radicale. Accessibile, ma non convenzionale. Purple Rain è un brano che ha raggiunto il grande pubblico senza rinunciare alla complessità emotiva, a una durata anomala, a una tensione che non si risolve subito. È pop che non accompagna distrattamente, ma chiede attenzione. Non semplifica per piacere: pretende qualcosa da chi ascolta.
9. Un’opera che non si lascia ridurre
Purple Rain non è un meme, né una colonna sonora funzionale a una serie TV. È un’opera che ha spostato l’asse della musica popolare. E lì resta. È lì che occorre riportarla. Ogni tentativo di ridurla a funzione narrativa esterna dice molto del presente, ma nulla di Prince. E, più in generale, dice molto di come oggi la musica venga utilizzata: non è certo l’unica canzone a essere piegata alle esigenze di questo tempo.
Come sempre, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata, disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica, che è il luogo dove questo blog continua davvero a vivere. Lì il dibattito prosegue, si contorce, a volte deraglia. E ogni tanto sorprende.
Sì, se ne leggono di tutti i colori.
Buon ascolto e buona lettura.
9 Canzoni 9… di Prince
