GiordaniE’ finita con un’archiviazione l’indagine dei carabinieri del Nucleo di Tutela del Patrimonio Culturale che ha esaminato la vicenda dello “Zanardi equestre“, la grande opera pittorica del disegnatore e fumettista Andrea Pazienza che nel 1985 “abbelliva” la “casetta” in legno intorno alla fontana Masini sottoposta a restauro. Quell’opera, come le altre tre che figuravano sugli altri lati, venne distrutta dagli operai a cui fu affidato il compito di rimuovere lo schermo temporaneo dei lavori. Ma non tutte finirono al macero: quel che restava del cavallo di Pazienza fu raccolto, ricomposto e ristrutturato (pur con evidenti pezzi mancanti) dal commercialista Riccardo Pieri, allora poco più che un ragazzo, che del fumettista era un appassionato estimatore. L’opera da allora è rimasta in suo possesso ed è stata visibile in alcune mostre dedicate in giro per l’Italia. Ma ciò non ha impedito che tornasse sistematicamente d’attualità la discussione sulla legittimità di quel possesso, benché senza l’interesse di Pieri anche quell’opera avrebbe fatto la fine delle altre: scomparse nel nulla (o forse in una discarica). “Non sappiamo quali siano le motivazione di quell’archiviazione, a cui tuttavia si può fare opposizione” commenta nel frattempo Sauro Turroni, architetto, ex funzionario comunale, a suo tempi senatore dei Verdi, che fu l’artefice del progetto dei disegni sulla “casetta” e pronubo dello scambio tra Cesena e il disegnatore Pazienza, come ha raccontato con dovizia di particolari nel terzo volume della serie “Cesena di una volta”. Peraltro contro quella distruzione Turroni si batté anche all’epoca, tanto che racconta che alcuni pezzi delle opere così distrutte furono posizionate per protesta contro la porta dell’ufficio del sindaco di allora, che era Leopoldo Lucchi, o forse il suo successore Gabrio Casadei Lucchi. Ma oggi ricostruire quei frangenti appare più come l’esercizio di un enigmista. Turroni, tuttavia, morde i garretti anche agli amministratori di oggi poiché se il fascicolo della Procura chiarisce che non ci fu, allora, alcuna appropriazione indebita forse non sgombera del tutto il campo ai dubbi sulla proprietà dell’opera. Ed ecco l’esempio calzante, che arriva dal fronte di chi ritiene che quegli operai che dissero “prenda pure…” a chi si mostrava interessato alla conservazione del dipinto di Pazienza, non avevano titolo per concedere alcunché: “Se alla Malatestiana chiamassero un’impresa di pulizie e un addetto, solerte ma privo di cultura, trovando un manoscritto sulla scrivania e vedendolo tutto rovinato, andasse per buttarlo nel cassonetto della carta e in strada, una persona vedesse la scena e dicesse “piuttosto che buttarlo dallo a me”, è evidente che il passante non ha rubato il manoscritto. E’ evidente anche che la biblioteca non voleva buttarlo. Il bibliotecario doveva certamente vigilare e il passante, prima di tenersi il manoscritto sulla sola parola di un addetto alle pulizie, avrebbe potuto salire in biblioteca e chiedere: lo volevate proprio buttare, o è l’addetto che si è sbagliato?”. Se però il giudizio della Procura ha chiarito anche la questione della proprietà occorrerà mettere una pietra sopra a questa lunga diatriba che ha di certo amareggiato chi quell’opera l’ha salvata. Ora, però, potrebbe concederla alla visione anche dei cesenati. Il valore (molto consistente se si pensa che un disegno A4 di Pazienza vale fino a 4 mila euro) resterebbe di Pieri ma la città non ne sarebbe del tutto privata.