di
Stefano Vicari

Non riconoscersi nel sesso assegnato alla nascita non è una malattia. «Ma può implicare sofferenza che interferisce con il benessere emotivo, relazionale e sociale» spiega il neuropsichiatra infantile del Bambino Gesù

Paola ha quindici anni e vive con il padre. Tre anni fa la madre è morta all’improvviso in un incidente stradale. Tornata da scuola quel giorno, Paola non ha più trovato il sorriso, le attenzioni, l’affetto di sempre. Da allora il dolore convive con un vuoto che non si colma. Negli ultimi due anni esce pochissimo di casa, ha lasciato la scuola e ha abbandonato l’atletica che praticava fin da bambina. Le sono rimaste tre amiche, Federica, Marzia e Graziella che la vanno a trovare ogni settimana. Con loro riesce a essere sé stessa, parla, ride, qualche volta piange. Mi dice spesso che con loro non deve fingere. Al di fuori di questo piccolo cerchio, però, Paola si chiude. Gli sguardi degli altri la spaventano e il giudizio la terrorizza.

Per molto tempo, anche in visita, parlare di emozioni è difficile. Le risposte sono brevi, il silenzio frequente. Servono mesi prima che la fiducia permetta alle parole di arrivare. Emergono l’ansia, l’imbarazzo davanti agli altri, ma anche la passione per la musica e per l’arte. Poi, un giorno, finalmente Paola trova il coraggio di dire ciò che custodiva da sempre. Mi racconta di sentirsi maschio, di sentirsi Paolo. È un dolore che viene da lontano. Fin da bambino non si è mai sentito a suo agio nel proprio corpo. Ha sempre rifiutato l’idea di essere femmina, preferendo giochi, vestiti e compagnia dei maschi. Già a sette o otto anni immaginava come sarebbe stato vivere da maschio.



















































Il commento del neuropsichiatra Stefano Vicari*

Con la pubertà il corpo prende una direzione, però, che Paolo non riconosce come propria. Il ciclo mestruale e lo sviluppo del seno lo fanno sentire intrappolato in un involucro che non lo rappresenta. Il ritiro allora diventa l’unica via possibile. La scuola, lo sport, uscire con le amiche diventano esperienze insopportabili. Parlare con il padre è uno dei passaggi più difficili. Paolo me lo racconta in visita. Rimanda a lungo, teme di ferirlo. Quando finalmente trova le parole, prova a spiegarsi con un’immagine. Chiede al padre di immaginare una grande voglia di vivere, di muoversi, di cambiare. E poi di essere chiusi, intrappolati, sotto una campana di vetro. 
Al sicuro, ma bloccati. Dentro quella campana c’è il vero sé. La campana è il corpo, un corpo che cambia in modi non desiderati e che impedisce di essere. Il padre ascolta. All’inizio è imbarazzato, spaesato. Poi sceglie di restare, di non chiudere, di provare a capire. Col tempo quell’imbarazzo lascia spazio a una prima, faticosa accettazione.
Con il sostegno delle amiche e del padre, Paolo inizia a sentirsi meno solo. A raccontare chi è davvero. A fare piccoli passi fuori dalla sua campana di vetro, verso una vita in cui corpo e identità possano finalmente incontrarsi.

L’incongruità di genere riguarda il modo in cui una persona si percepisce. Indica la sensazione di non riconoscersi nel sesso assegnato alla nascita e di sentire come propria un’identità di genere diversa. È una dimensione legata all’identità e può essere presente già in età infantile o preadolescenziale. L’incongruità, di per sé, non è una malattia e non implica necessariamente disagio psicologico. Alcuni ragazzi e ragazze riescono a convivere con questa distanza tra corpo e identità in modo relativamente sereno, soprattutto se l’ambiente intorno è accogliente e rispettoso.

La disforia di genere, invece, riguarda la sofferenza. Si parla di disforia quando l’incongruità di genere è accompagnata da un disagio intenso e persistente, che interferisce con il benessere emotivo, relazionale e sociale. La persona può vivere il proprio corpo come estraneo o sbagliato, soffrire per i cambiamenti puberali, provare un forte malessere quando viene trattata secondo il sesso assegnato alla nascita. Possono comparire ansia, umore depresso, ritiro sociale e una profonda sensazione di essere intrappolati.
In età evolutiva questi vissuti possono manifestarsi in modi diversi. Alcuni segnali includono il rifiuto delle caratteristiche corporee legate al sesso biologico, la difficoltà a indossare abiti o a partecipare ad attività percepite come non coerenti con la propria identità, una forte identificazione con un altro genere e una sofferenza marcata quando questa identità non viene riconosciuta.

Riconoscere la differenza tra incongruità e disforia è fondamentale. Non tutte le persone con incongruità di genere sviluppano una disforia, ma la disforia presuppone sempre una precedente incongruità. In altre parole, l’incongruità riguarda chi una persona sente di essere, la disforia riguarda quanto quella distanza fa stare male. Un ambiente sicuro e non giudicante può fare una grande differenza. Ascolto, rispetto e possibilità di esprimersi liberamente riducono il rischio che l’incongruità si trasformi in una sofferenza intensa. Quando invece il disagio è presente e persistente, è importante offrire un sostegno adeguato, capace di accompagnare il ragazzo o la ragazza in un percorso di crescita il più possibile sereno e consapevole.

*direttore della Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e professore di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore
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8 gennaio 2026