Sulla scrivania di Delcy Rodríguez, presidente ad Interim del Venezuela, spunta già il dossier che comprende detenuti politici, ostaggi e prigionieri stranieri reclusi nelle carceri venezuelane. Presenti anche gli italiani: Alberto Trentini, 46 anni, operatore umanitario, senza accuse, Biagio Pilieri, 60 anni, giornalista, incriminato senza prove di terrorismo e tradimento alla Patria, e Daniel Echenagucia, 47 anni, imprenditore, nella stessa situazione di Pilieri.
Tutti reclusi senza motivo, da circa un anno e mezzo: psiche provata, chili persi, salute compromessa. Trentini, Pilieri ed Echenagucia non avrebbero mai dovuto entrare in cella. Lo sa Rodríguez, che ha seguito di persona lo scambio di prigionieri Usa-Venezuela-El Salvador andato in porto a luglio. Anche allora sarebbe bastata una telefonata, almeno per riportare a casa Alberto. Ma non è mai arrivata, come constatato da Ilfattoquotidiano.it, che ha seguito la vicenda da Caracas. Nelle ultime ore si è parlato anche di altri detenuti, ma non tutti loro sono prigionieri politici. Mario Burlò, imprenditore torinese, era a Caracas perché fuggiva dalla giustizia italiana. Luigi Gasperin, petroliere, è stato detenuto nei locali della sua ditta “Tecnica petrolera Wlp C.A” – che aveva collezionato 60 appalti con Pdvsa – durante un blitz dai contorni poco chiari. Il fattore comune: violazione dei diritti processuali e delle libertà fondamentali.
Tuttavia è azzardato definire “prigionieri politici” Burlò e Gasperini. Invece il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, non esita a chiamarli così, creando ulteriore confusione in una situazione assai delicata. Preoccupa anche l’inconsistenza dei numeri, che – stando alle dichiarazioni del ministro – cambiano da una settimana all’altra: dalla decina ai ventotto di ieri. Parte così la sgomitata per i rilasci, complici alcuni legali, pronti a cavalcare l’onda mediatica venezuelana. Al punto che la famiglia Trentini e la loro avvocata, Alessandra Ballerini, hanno diffuso una nota chiedendo “a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualsiasi strumentalizzazione”, poiché “ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione di Alberto” in queste giornate di “angoscia e speranza” per le sorti del cooperante.
Ma la verità è un’altra. Nessuno, neppure la Farnesina, ha piena cognizione di quanti siano i prigionieri, politici e stranieri, reclusi in Venezuela. L’unica vera mappatura è partita nelle ultime ore: un gruppo di senatori americani repubblicani, su incarico dell’amministrazione Trump, ci lavora insieme all’Ong “Justicia, Encuentro y Perdón“, tra i pochi interlocutori affidabili in circolazione. “In passato l’incarico era stato affidato all’oppositrice Machado, ma il suo team consegnava relazioni incomplete, in ritardo e con dati inesatti. È capitato più volte, poi Trump ha perso la pazienza”, dice una fonte delle opposizioni venezuelane a Ilfatto.it, aggiungendo: “A un certo punto gli americani hanno preferito fare da sé, con buoni risultati”.
Martedì lo stesso Trump ha annunciato la chiusura di un “centro di torture in pieno centro di Caracas”, facendo riferimento all’Helicoide, il penitenziario gestito dal Servizio bolivariano d’Intelligence (Sebin) e nel quale, poche settimane fa, è morto l’ex-governatore di Nueva Esparta Alfredo López. La decisione è stata raggiunta di comune accordo con Rodríguez, in mezzo alle conversazioni sul petrolio e sul ritorno degli investimenti Usa. Altro segnale di apertura è stato lanciato dal Ministero per il potere penitenziario, come si legge su un documento condiviso con Ilfatto.it: da mercoledì a venerdì i prigionieri de El Rodeo I – anche Trentini, con ogni probabilità – possono chiamare regolarmente i loro familiari. Accadrà anche la settimana prossima. Cade inoltre il divieto sull’introduzione di alimenti nel penitenziario.
L’unico ostacolo alle aperture di Rodríguez è il ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, contrario alla linea di dialogo della presidente in carica. Le aperture ne El Rodeo I hanno infatti smentito la sospensione delle visite ai prigionieri, annunciata poche ore prima da Cabello. “Sempre leali, mai traditori”, è il nuovo grido del numero due, insieme ai militari, pronto al braccio di ferro con la nuova presidente.
Il clima interno resta teso: è in corso lo stato d’eccezione con decine di arresti a chiunque “sostenga” e “promuova” l’intervento militare Usa nel Paese. Ci vanno di mezzo anche i giornalisti. Ma a prevalere, per ora, è la linea dialogante dell’ex-diplomatica, che vanta a sua volta il sostegno condizionato dell’amministrazione Usa. La speranza trova spazio là dove il governo in formazione prevede la nomina di una figura incaricata di verificare, caso per caso, i detenuti da rilasciare prossimamente. Anche grazie al petrolio.