C’è un momento preciso in cui il discorso sulle console smette di parlare di videogiochi e inizia a parlare d’ansia. Non dell’ansia “buona”, quella che precede l’uscita di un titolo atteso, ma di quella tossica, strutturale, che ti fa percepire il presente come qualcosa di insufficiente solo perché non è ancora stato sostituito.
È lì che oggi si colloca il dibattito su PS6 e sulla prossima Xbox. Un dibattito che non nasce da un’esigenza reale, ma da un riflesso automatico: sono passati alcuni anni, quindi “serve” una nuova generazione. Anche se nessuno è davvero in grado di spiegare perché (come vi raccontai in un mio vecchio Original).
Quando emergono indiscrezioni su un possibile rinvio, su un ciclo che potrebbe allungarsi oltre i tempi canonici, la reazione è quasi isterica. Come se Sony e Microsoft stessero togliendo qualcosa invece di rimandare qualcosa. Come se il futuro fosse un diritto acquisito e non una conseguenza naturale di un presente che deve prima esaurire il proprio senso.
E invece no: l’idea che PS6 e Xbox Next possano arrivare più tardi del previsto è una delle poche notizie davvero sensate che questo settore abbia prodotto negli ultimi tempi. E vi spiego perché.
La fretta è il peggior nemico del piacere
Il contesto, prima di tutto. Non si vive in un vuoto pneumatico, e il mercato dell’hardware oggi è tutto fuorché stabile. L’esplosione dell’intelligenza artificiale ha trasformato componenti chiave come la RAM in risorse contese, costose, soggette a fluttuazioni che rendono sempre più difficile progettare hardware potente senza farlo pagare a caro prezzo.
Questo non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori, è la base materiale su cui si costruisce un’intera generazione. Pensare di lanciare nuove console seguendo il calendario invece che la realtà economica significherebbe fare finta che il mondo non esista, e il risultato sarebbe sotto gli occhi di tutti: prezzi fuori scala, produzioni limitate, una nuova ondata di frustrazione e di distacco tra piattaforme e pubblico.
Ma fermarsi qui sarebbe comodo, perché permetterebbe di ridurre tutto a una questione di costi e strategie industriali. Il punto, però, è più profondo e riguarda il modo in cui viviamo il medium. La generazione attuale non è “vecchia”. Non lo è tecnologicamente e non lo è culturalmente. È una generazione che, per una serie di ragioni note, ha iniziato davvero in ritardo.
I primi anni di PS5 e Xbox Series sono stati un limbo fatto di promesse, patch, giochi pensati per due mondi diversi e una sensazione costante di transizione che non si è mai davvero conclusa. E ora che quella transizione sta finalmente lasciando spazio a produzioni concepite senza compromessi, l’idea di guardare già oltre appare non solo prematura, ma miope.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui trattiamo le generazioni hardware. Le consumiamo come fossero aggiornamenti da superare il prima possibile. La retorica del “next-gen” ha svuotato il presente di valore, trasformandolo in una specie di sala d’attesa. Ogni gioco diventa un “assaggio”, ogni esperienza viene misurata non per ciò che è, ma per quanto si avvicina a un ideale futuro che non arriva mai davvero.
In questo schema, il rinvio di PS6 e Xbox Next è uno schiaffo: ci ricorda che non siamo obbligati a correre, che non c’è nessuna legge naturale che impone il cambio di console ogni tot anni, e che forse il problema non è l’hardware che invecchia, ma lo sguardo con cui lo osserviamo.
Il vero rischio non è aspettare troppo. È non saper aspettare.
PS5 e Xbox Series hanno ancora margine, e non poco. Non solo in termini di potenza bruta, ma di linguaggio, di ambizione, di maturità progettuale. Molti studi stanno appena ora imparando a sfruttare davvero queste macchine, a costruire mondi, sistemi e ritmi che non siano il compromesso tra passato e futuro.
Tagliare questo processo per rispettare una scadenza simbolica significherebbe ripetere lo stesso errore che ha afflitto le fasi finali di generazioni precedenti: un’accelerazione forzata, una frammentazione dell’utenza, un senso di incompiutezza che si trascina per anni.
C’è poi un elemento che raramente viene affrontato con onestà: la stanchezza. Non dell’hardware, ma delle persone. Il videogiocatore medio è bombardato da uscite, servizi, contenuti, aggiornamenti continui. La promessa implicita della nuova generazione è sempre la stessa: ripartire, semplificare, ricominciare da capo. Ma è una promessa vuota se arriva troppo presto.
Un reset ha senso solo quando c’è qualcosa da azzerare, non quando il sistema è ancora in fase di assestamento. Allungare il ciclo attuale significa anche ridurre quella sensazione di inseguimento perpetuo che ha reso il rapporto con i videogiochi più simile a un lavoro che a una passione.
Il rinvio, in questo senso, è una pausa forzata che fa bene. Fa bene agli sviluppatori, che non devono già pensare alla prossima architettura mentre stanno ancora imparando a parlare fluentemente quella attuale. Fa bene ai giocatori, che possono smettere di percepire ogni acquisto come temporaneo, ogni gioco come superato in partenza. Fa bene al medium, che ha bisogno di stabilità per evolversi davvero, non di salti continui che cambiano la cornice ma lasciano intatto il quadro.
C’è anche una questione di onestà narrativa. Sony e Microsoft hanno costruito negli anni un racconto ciclico: nuova console, nuovo inizio, nuova era. Ma questa retorica funziona solo se c’è una reale discontinuità da giustificarla. Oggi quella discontinuità non è così evidente come si vorrebbe far credere.
Le differenze tecnologiche esistono, certo, ma non sono più quei balzi epocali che ridefinivano il linguaggio del videogioco. Continuare a spingere sull’idea di una “next-gen” come evento salvifico rischia di svuotarla completamente di significato. Ritardarla, invece, le restituisce peso. La trasforma da obbligo di mercato a scelta necessaria.
E poi c’è il tema, forse il più scomodo, del tempo. Il tempo del giocare, non quello dei comunicati stampa. La generazione attuale è piena di giochi che richiedono dedizione, attenzione, continuità. Mondi vasti, sistemi complessi, narrazioni che non si esauriscono in poche ore.
Viviamo però come se fossimo costantemente in ritardo, come se dovessimo “finire” qualcosa prima che diventi obsoleto. Allungare il ciclo hardware significa anche legittimare un altro ritmo, un altro modo di stare dentro le esperienze. Non tutto deve essere consumato in funzione di ciò che verrà dopo.
L’idea che correre non serva a nulla non è una provocazione di un nostalgico incallito quale (purtroppo) sono, è una constatazione. Le generazioni più ricordate non sono quelle più brevi, ma quelle che hanno avuto il tempo di sedimentare, di costruire un’identità riconoscibile, di lasciare un segno che andasse oltre la scheda tecnica. Oggi abbiamo la possibilità di fare lo stesso, ma solo se accettiamo che il valore non sta nella velocità del ricambio, bensì nella profondità dell’esperienza.
Presto e bene non stanno insieme
PS6 e Xbox Next arriveranno, inevitabilmente. Ma arriveranno meglio se arriveranno dopo. Dopo che questa generazione avrà detto davvero tutto ciò che può dire. Dopo che avremo smesso di trattarla come un passaggio obbligato e iniziato a riconoscerla come uno spazio da abitare. Dopo che il desiderio di novità avrà lasciato posto a una forma più matura di entusiasmo, meno isterica e più consapevole.
Il vero rischio, oggi, non è aspettare troppo. È non saper aspettare. È confondere l’impazienza con il progresso e l’accelerazione con l’evoluzione. Il rinvio delle console next-gen è un’occasione rara per rimettere le cose al loro posto, per ricordarci che il videogioco non è una corsa verso il futuro, ma un dialogo continuo con il presente.
E se questo presente ha ancora molto da offrire, ignorarlo sarebbe davvero stupido.