di Martina Pennisi

Da Jobs a Giannandrea, meno noto: responsabile dell’Intelligenza artificiale della casa della Mela che andrà in pensione la prossima primavera

Cinquant’anni di Apple in due nomi: Steve Jobs, il papà fondatore e storico amministratore delegato, e lo conoscono tutti e tutte. E John Giannandrea, meno noto: responsabile dell’Intelligenza artificiale della casa della Mela che andrà in pensione la prossima primavera. Il primo rappresenta la nascita, la rinascita e l’esplosione del marchio cui di fatto si deve – nel bene e nel male – la pervasività degli smartphone nel nostro quotidiano.

Il secondo, ex Google, potrebbe essere ricordato come l’inizio – se non della fine – di una perdita di centralità, a causa delle difficoltà che l’azienda sta incontrando nella ricerca di una strategia competitiva per l’AI.



















































Mentre OpenAI stravolgeva il mercato nel 2022 con il lancio di ChatGpt, Giannandrea non riusciva a far fare il salto di qualità a Siri.

Scattando oggi una fotografia, il 2022 potrebbe rivelarsi fra una cinquantina d’anni un “momento iPhone” per OpenAI: il momento, quindi, in cui il lancio di un prodotto ha cambiato tutto e la vita di tutti. 

Riavvolgiamo il nastro: era il 2007, con l’inconfondibile girocollo nero Jobs presentò al mondo un telefono cellulare in grado di collegarsi a Internet con uno schermo da 3,5 pollici interamente touchscreen. Il primo iPhone. Oltre all’assenza di tasti, a caratterizzarlo era la presenza di app preinstallate che l’anno dopo spianeranno la via alla possibilità di scaricarne altre da un negozio dedicato, l’App Store.

Per capire dove affondava i piedi quella rivoluzione bisogna riavvolgere ancora il nastro a molti anni prima: un certo Alan Kay, scienziato del Massachusetts, chiese alla sua squadra di ingegneri di lavorare a un personal computer comprensibile a persone di tutte le età e formazione, anche ai bambini. Kay lavorava nell’avveniristico laboratorio Xerox Parc dell’omonima società e alla fine degli Anni 70 ad ammirare il suo lavoro c’era Steve Jobs.

Vide le potenzialità di quella rappresentazione grafica di una scrivania sullo schermo con tanto di cartelle per raccogliere i documenti e di un puntatore, il mouse, con cui selezionare il materiale. E le fece sue, le portò nella Apple fondata nel 1976 con il geniale Steve Wozniak. Il 24 gennaio 1984, Jobs tolse il velo al primo Macintosh. Come per l’iPhone, a fare la differenza non furono la capacità di elaborazione dei dati o la connettività ma l’interfaccia grafica utente. Immagini chiare e gradevoli al posto di stringhe di testo

Un altro passo importante dell’Apple attuale, prima degli stenti AI, è il 1998, quando Jony Ive firmò il compatto e colorato iMac. L’approccio era lo stesso dell’84: un prodotto semplice da utilizzare e destinato al grande pubblico. Risalgono agli anni Duemila l’accordo con Intel e il sistema operativo Mac OS X.

Poi la musica, con il debutto di iTunes, che oggi Spotify alla mano (anzi al polpastrello) sembra vecchio quasi quanto i cd, ma ha segnato l’inizio della diffusione di massa della fruizione legale della musica in Rete. Le serie tv, con Apple TV, e mai un televisore, che era un pallino di Jobs e i cultori del marchio attesero per anni, invano. I negozi fisici e il mai espugnato Corso Vittorio Emanuele: a Milano Apple si è dovuta “accontentare” di Piazza del Liberty. Le battaglie (mediatiche) in nome della privacy, per prendere le distanze da altri colossi come Meta e Google che lucrano sui dati degli utenti.

Ora il successore di Jobs, Tim Cook, sta giocando la partita più difficile da quando ha preso il timone: l’AI, ma anche la ricerca di chi lo sostituirà,  forse già nel 2026

Ive intanto ha iniziato una collaborazione con OpenAI. Giannandrea uscirà da sconfitto. Apple, qualunque cosa accada, sarà ancora a lungo in ogni gesto che facciamo interagendo con le macchine.

8 gennaio 2026 ( modifica il 8 gennaio 2026 | 11:06)