Quando una tragedia come quella di Crans-Montana si consuma di fronte agli occhi del mondo è come se la televisione visualizzasse un osso al quale aggrapparsi iniziando a sfilacciarlo e a masticarlo fino a quando non ne rimarrà un moncherino. Cavalcare l’onda prima che si esaurisca è, infatti, un mantra giornalistico sempre più in voga in un periodo storico in cui l’attenzione si abbassa sempre di più, peccato solo che spesso, in questa continua scannerizzazione e radiografia di una tragedia, si rischi di risultare maldestri, estremi, pletorici e inopportuni. La televisione in particolar modo, di fronte a Crans-Montana, si è dimostrata inattrezzata non solo al racconto ma anche a una certa sensibilità nei confronti di chi quella tragedia l’ha vissuta sulla propria pelle, con approfondimenti e interviste ai limiti dell’invasivo e del molesto.

Harold Cunningham/Getty Images
La voglia di soddisfare la curiosità degli spettatori sembra avere la meglio sul rispetto, la delicatezza e la pietà che una situazione come quella di Crans-Montana richiederebbe a chiunque, esperti e non. Tralasciando il fatto che quanto è accaduto al Constellation è entrato sottopelle in molti di noi, forse perché ci ha fatto capire che la vita è un filo che rischia di spezzarsi da un momento all’altro senza badare troppo a quante primavere siano state vissute e a quanti chilometri ci fossero ancora da percorrere, forse il problema più grande della televisione e dei social riguardo a Crans-Montana riguarda la volontà di ergersi a esperti e di mettere bocca su cose che, in fondo, non ci competono. Dall’infiammabilità di un materiale isolante – siamo tutti espertissimi di chimica e reagenti dal divano di casa – a un certo giudizio non richiesto nei confronti dei genitori delle vittime e alla loro postura di fronte al dolore.