di
Giuliana Ferraino
Il disavanzo commerciale degli Stati Uniti scende da 48,1 a 29,4 miliardi di dollari grazie al calo delle importazioni e alla tenuta dell’export
Il disavanzo commerciale degli Stati Uniti si restringe in modo netto in ottobre, passando da 48,1 a 29,4 miliardi di dollari grazie al calo delle importazioni e alla tenuta delle esportazioni. Gli ultimi dati diffusi dal Bureau of Economic Analysis e dal Census Bureau offrono alla Casa Bianca un argomento forte a sostegno della linea protezionista, alla vigilia della decisione della Corte Suprema sulla legittimità dei dazi varati con una procedura d’emergenza.
Il miglioramento è legato quasi interamente alla componente dei beni: il deficit sulle merci è sceso di 19,2 miliardi, fermandosi a 59,1 miliardi. Più contenuta la variazione sui servizi, dove l’avanzo è diminuito di 0,4 miliardi, a 29,8 miliardi. Nel complesso, però, il saldo complessivo mostra una correzione significativa rispetto ai mesi precedenti.
Più in dettaglio, i numeri del Bea e del Census Bureau segnalano che le esportazioni totali sono salite a 302 miliardi di dollari, con un aumento di 7,8 miliardi rispetto a settembre, mentre le importazioni si sono contratte di 11 miliardi, scendendo a 331,4 miliardi.
Per la Casa Bianca è un segnale politicamente prezioso. La riduzione del disavanzo arriva mentre Washington ha rafforzato la linea dei dazi e delle barriere commerciali, presentandole come uno strumento per riportare produzione e valore aggiunto negli Stati Uniti. Il calo delle importazioni suggerisce che le misure restrittive stanno effettivamente comprimendo i flussi in entrata, almeno nel breve periodo, offrendo a Trump un primo argomento numerico a sostegno della sua strategia.
Il dato assume un peso particolare perché arriva alla vigilia di un passaggio istituzionale cruciale. Venerdì la Corte Suprema è chiamata a pronunciarsi sulla legittimità dei dazi introdotti dall’amministrazione attraverso una procedura d’emergenza, che ha consentito alla Casa Bianca di aggirare il normale iter congressuale. Al centro del contenzioso, portato avanti da oltre mille imprese americane, c’è la questione dei poteri presidenziali in materia commerciale e l’uso di strumenti straordinari per imporre tariffe su larga scala.
Se la Corte dovesse confermare l’impianto giuridico scelto da Trump, il dato di ottobre rafforzerebbe politicamente la linea della Casa Bianca: non solo i dazi sarebbero legittimi, ma avrebbero già iniziato a produrre effetti visibili sui conti con l’estero. In caso contrario, una bocciatura aprirebbe una fase di incertezza, rimettendo in discussione l’architettura tariffaria costruita negli ultimi mesi proprio mentre emergono i primi segnali di riduzione del deficit. E aprirebbe anche la complicatissima e costosa questione dei rimborsi.
Resta comunque aperto il nodo della sostenibilità di questi risultati. Una parte del calo delle importazioni potrebbe riflettere fattori temporanei, come il rallentamento della domanda interna o l’anticipazione degli acquisti nei mesi precedenti all’entrata in vigore delle tariffe. Nel medio periodo, il rischio è che la compressione degli scambi si traduca in costi più alti per imprese e consumatori, con una nuova fiammata dell’inflazione, con effetti potenzialmente recessivi.
Per ora il numero di ottobre consegna all’amministrazione Trump una fotografia favorevole: il disavanzo si riduce, i dazi sembrano incidere sui flussi commerciali. Ma è sulla sentenza della Corte Suprema che si giocherà la prossima fase della politica commerciale americana.
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8 gennaio 2026
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