“In qualità di Capo dell’Esecutivo e Comandante in Capo, mi impegno a garantire che l’esercito degli Stati Uniti disponga delle capacità di combattimento più letali al mondo. Dopo anni di priorità sbagliate, i grandi appaltatori tradizionali sono stati incentivati a privilegiare i rendimenti per gli investitori rispetto alle esigenze dei nostri militari“. Recita così la premessa dell’ordine esecutivo diffuso mercoledì dalla Casa Bianca, con cui Donald Trump vieta ai gruppi della difesa che abbiano contratti in essere con l’amministrazione Usa e non li onorino efficacemente di pagare dividendi agli azionisti o riacquistare azioni proprie – operazione che ha sua volta come risultato quello di trasferire risorse ai soci – fino a quanto non saranno in grado di “fornire un prodotto superiore, nei tempi e nel budget previsti”. La mossa, arrivata nei giorni in cui l’interventismo militare statunitense ha superato nuove linee rosse, è una nuova ingerenza diretta del potere esecutivo nella governance aziendale dopo l’acquisto del 10% di Intel arrivato a fine agosto. E ha ovviamente fatto crollare i titoli della difesa a Wall Street, con Lockheed Martin che ha perso fino al 4,8%, Northrop Grumman il 5,5%, General Dynamics il 3,6%, Raytheon (Rtx) il 2,5%. Salvo recuperare tutto il terreno perso quando, giovedì, lo stesso presidente ha proposto di portare nel 2027 la spesa militare statunitense a 1.500 miliardi di dollari contro i 901 miliardi programmati per quest’anno.

Raytheon, che produce il sistema di difesa missilistica Patriot e i missili Tomahawk, è osservata speciale perché il presidente Usa su Truth l’ha esplicitamente citata come esempio negativo: l’appaltatore “meno reattivo alle esigenze del Dipartimento della Guerra”. Il cui segretario Pete Hegseth nei prossimi 30 giorni è chiamato a identificare tutti gli appaltatori che non stanno rispettando i contratti e più in generale “non investono il proprio capitale nella necessaria capacità produttiva, non danno sufficiente priorità ai contratti del Governo degli Stati Uniti o la cui velocità di produzione è insufficiente secondo quanto stabilito dal Segretario, e che, durante il periodo di scarsa performance o insufficiente priorità, investimento o velocità di produzione, hanno effettuato riacquisti di azioni proprie o distribuzione di utili aziendali”. Al gruppo sarà data l’opportunità di presentare un “piano di risanamento“, ma se verrà ritenuto insufficiente o non si troverà un accordo il segretario potrà avviare “azioni coercitive”.

In parallelo, entro 60 giorni dovranno essere adottate misure per inserire nei contratti “nuovi o esistenti” – si tratterebbe quindi di un intervento retroattivo – una clausola che vieti sia il riacquisto di azioni proprie sia la distribuzione di dividendi fino a quando le prestazioni sono ritenute “insufficienti” o si verifica “inadempienza al contratto”. I contratti dovranno poi prevedere che “la remunerazione dei dirigenti legata alle performance non dipenda da parametri finanziari a breve termine” ma “dalla puntualità delle consegne, dall’aumento della produzione e dai miglioramenti operativi necessari per espandere rapidamente le nostre scorte e capacità negli Stati Uniti”. E anche gli stipendi base, in caso di inadempienze, potranno essere “limitati ai livelli attuali, con aumenti consentiti per l’inflazione”. Trump su Truth ha fatto addirittura delle cifre, scrivendo che “nessun dirigente dovrebbe essere autorizzato a guadagnare più di 5 milioni di dollari”. Se non bastasse, l’ordine esecutivo tira in ballo anche la Securities and exchange commission, il cui presidente è chiamato dal presidente a valutare se modificare selettivamente, solo per i contractor della difesa, le regole sul riacquisto di azioni che al momento fanno salve dall’accusa di manipolazione del mercato le aziende che rispettano alcune condizioni.

Dividendi e buyback sono ovviamente una componente strutturale del modello finanziario dei grandi contractor, sostenuto da flussi di cassa stabili garantiti proprio dai contratti pubblici. Lockheed Martin per esempio lo scorso ottobre ha aumentato per la 23esima volta il suo dividendo trimestrale a 3,45 dollari per azione, come ricordato da Reuters, e ha autorizzato nuovi buyback per 2 miliardi, arrivando a 9,1 miliardi complessivi. E, secondo stime di Politico basate sui bilanci societari, dal 2021 al 2024 i quattro principali appaltatori del Pentagono hanno distribuito circa 89 miliardi di dollari tra dividendi e riacquisti.

L’incertezza che deriva dal nuovo ordine esecutivo e la discrezionalità attribuita alle valutazioni discrezionali del Pentagono, fanno notare gli analisti, potrebbe finire per alzare il costo del capitale scoraggiando investimenti di lungo periodo proprio nel momento in cui la Casa Bianca chiede di espandere capacità produttive e catene di fornitura. Per non parlare delle incognite giuridiche e del rischio di contenziosi. Dal punto di vista dell’amministrazione il messaggio è però coerente con l’impostazione Maga, che almeno in superficie privilegia il rilancio della capacità manifatturiera rispetto alla massimizzazione dei rendimenti finanziari. E l’attacco alla ricca industria della difesa, a cui il Pentagono imputa extracosti e ritardi nei tempi di consegna, può fruttare in termini di consenso.