di
Paola Medori
Il palco del nuovo tour del cantautore trasteverino è arredato con tende rosse, luci soffuse e una sfera di cristallo. E, tra una canzone e l’altra, ci sarà anche spazio per un cartomante virtuale
Franco126 viene dal rap, ma ha presto spostato il baricentro. Dalle barre a un cantautorato sempre più intimista e crudo, il suo percorso racconta un’evoluzione silenziosa e senza compromessi.
Gli esordi
Classe 1992, cresce a Trastevere, contando idealmente i centoventisei gradini che salgono al Gianicolo: un numero diventato simbolo e destino. Lovegang 126 è il collettivo con cui esordisce, una crew di amici veri che si ritrova sulle scale di viale Glorioso, alla Scalea del Tamburino, sotto la targa che ricorda Sergio Leone. Da lì nasce una scrittura viscerale, che sa trasformare la malinconia urbana in un linguaggio universale. I suoi brani sono densi di parole e incastri, mentre il sound si apre a sperimentazioni sostenute da melodie rétro. Una cifra poetica che negli ultimi mesi ha trovato nuove conferme dal vivo: un tour estivo da lui definito «magico», la ripartenza invernale dall’Atlantico con quattro sold out, da domani a domenica, il ritorno martedì, e infine il debutto nei club d’Europa.
La poetica
Prima di «Polaroid» (2017), il disco d’esordio con Carl Brave, Franco126 non aveva mai cantato. Quel progetto lo consacra voce graffiante della quotidianità degli under 30 romani, con immagini di birre sorseggiate sui marciapiedi, corse in motorino, sigarette a colazione e una galleria di personaggi che popolano le sue canzoni. Con il tempo, il suo universo narrativo ha superato il Grande Raccordo Anulare. I suoi testi oggi parlano di promesse mancate, specchi in cui non riconoscersi, stanze vuote e sentimenti che restano. La scrittura è per lui rifugio e sfogo: lucidamente disilluso, la penna scorre tenera e senza pietà. Questo approccio trova piena espressione in «Futuri possibili», terzo album in studio dal gusto pop, nato dalla fine di una storia d’amore. Brani come «Scacciapensieri» e «Vampiro» — quasi rock — riflettono su vita, abbandono, instabilità e incertezza, diventando quadri sonori sull’insostenibile leggerezza dell’essere.
Roma come orizzonte emotivo
E Roma è l’orizzonte emotivo che amplifica ogni strofa, fin dagli inizi, tre le serate a piazza San Callisto e l’aria di un quartiere a tratti sospeso nel tempo. «Molti flash nei pezzi arrivano e partono da questo background», ha detto spesso l’artista dal baffo anni Settanta. Il live è un appuntamento confidenziale, già dal set, che invita a «scoprire il tuo destino», allestito come il salotto di un indovino con lampade alte, arredi in legno scuro, tende rosse, luci soffuse e una grande sfera di cristallo.
La scaletta dei live
Sul palco, oltre alla band, una presenza inattesa: Zoltar 126, cartomante virtuale ispirato al film «Big» (1988), che accompagna lo show con piccoli oracoli. La scaletta attraversa presente e passato, dal pop di «Ancora no» a «Due estranei», dalle barre di «Senza di me» al rito collettivo di «Prima dell’alba», fino al valzer di «Futuri possibili». Un racconto di ricordi e autoironia, con ospiti non annunciati ma attesi: si scommette su Coez, Ketama126, Giorgio Poi, Gianni Bismark e Fulminacci. La forza di Franco126, nome d’arte di Federico Bertollini, sta tutta qui: essere semplice e reale, come il nome che porta, un omaggio a Franco Califano, suo illuminante modello.
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8 gennaio 2026
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