Ray Seale è un agente della DEA di stanza a El Paso, Texas, in prima linea nella guerra al narcotraffico che devasta il confine tra Stati Uniti e Messico. Padre vedovo del diciottenne Cody, fa parte di una squadra di agenti sotto copertura che include il partner Andre e altri colleghi, tutti impegnati in operazioni ad alto rischio contro i cartelli criminali. I loro figli adolescenti formano un gruppo affiatato di amici, trascorrendo insieme gran parte del tempo libero.
In Trap House, quando uno dei colleghi di Ray viene ucciso durante una missione andata per il verso sbagliato, il figlio Jesse resta orfano e senza mezzi economici per proseguire gli studi universitari. Cody ha allora un’idea tanto audace quanto assurda: utilizzare le conoscenze acquisite osservando i genitori, oltre a dell’equipaggiamento rubato dai loro arsenali, per assaltare i depositi dove i cartelli immagazzinano droga e denaro e aiutare così l’amico bisognoso, reduce da tal grave lutto. Ovviamente la situazione si complicherà in maniera molto pericolosa.
Trap House: cadere nel proprio stesso tranello
La sceneggiatura, curata da Tom O’Connor e Gary Scott Thompson, si basa su una configurazione così manifestamente improbabile dal punto di vista della sicurezza operativa che qualsiasi spettatore con un minimo di senso critico si chiederà immediatamente come sia possibile che la DEA consenta una simile fraternizzazione, non soltanto tra i pargoli diciottenni ma anche tra gli stessi membri del corpo speciale, spesso al bar assieme. D’altronde Trap House non si preoccupa minimamente di affrontare le numerose contraddizioni insite nel racconto, forzando spesso la mano in una trama da prendere o lasciare.
Trama nella quale il peso degli errori e delle responsabilità viene meno, con un finale risolto a tarallucci e vino con una sorta di “sculacciata” per quella che viene a conti fatti etichettata dalle figure adulte come una sorta di marachella, per quanto abbia messo a rischio vite e incolumità di molte delle persone più o meno direttamente coinvolte. Un approccio poco credibile giacché del tutto avaro di autoironia, con la gestione dei rapporti umani che anzi si prende fin troppo sul serio nel corso dei cento minuti di visione.
E così un thriller d’azione dal budget discreto, che avrebbe avuto tutte le carte in regola per funzionare come un solido intrattenimento di serie b, ma finisce per naufragare in un mare di indecisioni tonali e scelte narrative per l’appunto a dir poco discutibili. Diretto da Michael Dowse – già responsabile dell’imperfetto Stuber (2019), sempre con Bautista protagonista – il film si posiziona in quel territorio sempre più affollato dell’action contemporaneo, cercando di distinguersi con una bizzarra ibridazione a dinamiche più affini ai teen-movie: un tentativo purtroppo non riuscito.
Difficile da credere
A tratti sembra infatti unicamente di assistere ad una commedia su adolescenti che fanno cose sempre più stupide, incuranti del peso che le loro azioni potrebbero avere nei confronti dei loro stessi genitori, sempre in prima linea contro un cartello quanto mai spietato. E poi all’improvviso ecco delle sortite di violenza tipiche del filone, con scene d’azione discretamente realizzate che finiscono però per stonare con quell’atmosfera soltanto pochi secondi prima ben più leggera.
Dave Bautista fa esattamente ciò che ci si aspetta da lui e porta sullo schermo quella particolare combinazione di presenza fisica imponente e vulnerabilità emotiva che ha caratterizzato i suoi ruoli migliori. Il suo Ray Seale è un padre tormentato, combattuto tra doveri professionali e responsabilità genitoriali, consapevole di aver trascurato il figlio in nome del lavoro ma incapace di trovare un equilibrio. Un personaggio ricco di potenzialità, che restano inespresse per via delle bizze di un racconto che si perde in continui cambi umorali e soluzioni illogiche. Bobby Cannavale quale spalla è malamente sprecato e lo stesso si può dire per Sophia Lillis, nella parte di bella da salvare fin troppo canonica. Il resto del cast, cattivi inclusi, non ha molto con cui lavorare e finisce vittima del generale anonimato che Trap House, nella sua volontà di diversificarsi, abbraccia inconsapevolmente.
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