di
Emilia Costantini
Il regista: «Fui bullizzato, ora racconto il dramma di una vittima. All’Actors Studio quasi svenni»
Filippo è un ragazzo di quindici anni, bravo a scuola, timido, non inserito nel gruppo. Diventerà, così, oggetto degli attacchi sferrati da alcuni suoi compagni di classe e, non riuscendo a reggerne il peso, deciderà di suicidarsi. T’aspetto fuori di Paolo Vanacore è lo spettacolo che il 26 febbraio debutta a Casa Sanremo con la regia di Enrico Maria Lamanna. Protagonisti in scena Beatrice Luzzi, Marcantonio Gallo e Salvo Pappalardo/Roberto Scorza. Musiche originali di Alessandro Panatteri.
«È un testo molto forte, che affronta un tema, purtroppo, di grande attualità: il cyberbullismo — esordisce il regista —. Un problema che ha ormai assunto proporzioni gigantesche, non solo nel nostro Paese, ma in tutto il mondo a causa dell’irrefrenabile sviluppo della tecnologia. La vicenda è ispirata a un fatto realmente accaduto».
«La storia di un ragazzo fragile. I suoi genitori sono separati, vive con la madre Daniela (Luzzi), che non riesce a leggere dietro i silenzi del figlio. Malgrado la sua timidezza, Filippo (Pappalardo/Scorza) sogna di vivere una grande storia d’amore con una ragazza, che i compagni gli fanno credere esista veramente, mentre invece è stata creata da loro con l’intelligenza artificiale. Quando scoprirà l’imbroglio, non riuscirà a sopportare l’inganno».
Una vicenda tragica, che ricorre spesso nelle cronache.
«Nel mondo dei social, delle chat, dei video che si diffondono ormai senza più controllo nella rete, gli adolescenti sono più deboli di fronte a questo tsunami che sovrasta la loro esistenza in modo sempre più preoccupante. I bulli sono sempre esistiti: io stesso, da ragazzo, sono stato oggetto di bullismo, perché ero troppo educato».
Dove le è accaduto, come si è difeso?
«Frequentavo la scuola dei Salesiani a Napoli, la mia città. I compagni erano cattivissimi. In particolare due di loro facevano di tutto per ricattarmi, mi spingevano giù per le scale, una volta sono caduto e mi sono rotto una gamba. Come mi sono difeso? Sono stato furbo, diventando un loro alleato».
«Ho cominciato a passargli i compiti in classe, a offrirgli la merenda al bar e loro, sentendosi oggetto di lusinghe, hanno addirittura cominciato a proteggermi nei confronti degli altri. D’altronde di fronte a certe cose, o trovi il modo per sopravvivere o soccombi».
E lei, a dispetto dei suoi ex bulli, è sopravvissuto molto bene: non solo regista affermato, ma anche uno dei pochi italiani accreditati come membri dell’Actors Studio.
«Ebbene sì. Negli anni Ottanta andai a New York per assistere, come semplice uditore, a un seminario di Dustin Hoffman all’Actors Studio. Avevo 21 anni e pensavo di rimanere negli Stati Uniti un paio di mesi, invece ci sono rimasto cinque anni di seguito. Mi chiesero se ero interessato a fare un provino per entrare nella scuola. Ovvio che ero interessato, ma non ci speravo. Mi preparai con estrema cura: ricordo che il giorno del provino nevicava a tutto spiano. Suonai il campanello, mi aprì una signora arrabbiatissima: mi rimproverò perché ero in ritardo».
Nonostante il rimprovero, riuscì a fare il provino?
«Assolutamente sì. Finalmente finisce il provino e compare di nuovo la signora, precedentemente arrabbiata, che stavolta mi sorride, facendomi i complimenti: poco dopo ho scoperto che era Susan Strasberg, figlia di Lee Strasberg! E il giorno dopo mi comunicarono che avevo superato il provino ed ero diventato membro… a momenti svengo!».
Dal cinema dell’Actors Studio a un lungo percorso teatrale…
«Amo molto il teatro, firmo regie teatrali da circa 40 anni».
Ma ha lavorato anche come attore con registi importanti, tra i quali Carmelo Bene…
«Carmelo era problematico, ma molto divertente. Quando recitai nel suo Pinocchio, dove interpretavo la parte del Gatto, le prove a casa sua non finivano mai. E dopo le prove, tutti noi della compagnia dovevamo aspettare fino a che lui, il maestro, non si addormentava a tarda notte, nonostante i numerosi psicofarmaci che ingurgitava…».
Perché è stato definito il regista delle donne?
«Ornella Muti disse che lavorare con me è stato come trascorrere una lunga notte d’amore. Le donne sono più aperte, un universo pazzesco, fatto di amore, voglia di concedersi, senza tabù. Gli uomini sono più preoccupati di apparire, di perdere la loro mascolinità fallica. Alle donne basta accennare un progetto e ti rispondono subito: facciamolo. Agli uomini, per convincerli, devi spiegare tutto, per filo e per segno».
A proposito di donne, lei doveva girare un corto con Ornella Vanoni, intitolato «Vendo casa»…
«Il titolo è tratto dalla canzone di Lucio Battisti da Ornella meravigliosamente reinterpretata. Quando andai per la prima volta a casa sua, a Milano, per concordare il lavoro da fare insieme, mi ritrovo davanti al suo palazzo, senza sapere quale pulsante premere sul citofono. A un certo punto, sento una vocina che sussurrava dall’alto: “Pulcino!”. Alzo gli occhi e vedo lei che mi salutava, affacciata alla finestra…».
È il suo ultimo tenero ricordo della grande cantante.
«Purtroppo sì. Era stata molto contenta della mia proposta. Mi aveva solo detto che, essendo molto stanca, per venire a fare le prove a Roma non se la sentiva di prendere treni, quindi poteva accettare solo se le mandavamo una macchina a prenderla. Quando, poco tempo dopo, ho saputo della sua scomparsa, ho pianto. Il ruolo che doveva fare Ornella nel corto, che è un preludio al mio prossimo film Angeli, lo farà Milena Vukotic. Ma resterà la canzone da lei interpretata, impossibile rinunciarvi: sarà un mio doveroso omaggio».
Un doveroso omaggio a una persona scomparsa, che si iscrive in un film che parla di angeli. Curiosa coincidenza.
«Sì, davvero curiosa perché nel film prodotto da LUMA Srl, che inizieremo a girare nella prossima primavera a Napoli dove è ambientato, si intrecciano quattro particolari storie sugli angeli. Chi sono gli angeli? Senza saperlo, siamo proprio noi. Tra gli interpreti, Rocío Muñoz Morales, Elena Sofia Ricci, Leo Gassmann e Willem Dafoe».
Intanto, oltre a «T’aspetto fuori», prepara un altro spettacolo sul tema dell’omosessualità, «Confini» di Nimrod Danishman: protagonisti due giovani, Boaz israeliano, interpretato da Daniele Alan-Carter, e George libanese, impersonato da Claudio Cammisa.
«Nell’attuale mondo di guerre, si conoscono attraverso i social, sono attratti l’uno dall’altro ma vivono in paesi nemici e, per conoscersi di persona, decidono di incontrarsi in un’isola di pace, Berlino. Però alla fine, dovranno prendere decisioni molto difficili».
Cosa le piace maggiormente del suo lavoro?
«Creare sogni e fare in modo che il pubblico si lasci condurre per mano nel mio sogno. Detesto la superficialità, la cialtroneria, le promesse fatte e non mantenute. Mi chiedo sempre cosa vorrei che succedesse se fossi io seduto in platea. Il mio mantra è il seguente: se non siamo noi registi a dare le ali, come possiamo pretendere che volino gli attori? Soprattutto amo stupirmi per un testo, per un attore o un’attrice, per una sala teatrale che mi leva il respiro. Quando devo allestire una mia nuova messinscena, arrivo con i tecnici ma i primi dieci minuti voglio stare da solo: salgo sul palcoscenico ancora rigorosamente vuoto, mi stendo sulle sue tavole di legno e, in assoluto silenzio, guardo in alto la graticcia sopra di me. È l’iniziazione».
8 gennaio 2026 ( modifica il 8 gennaio 2026 | 21:51)
© RIPRODUZIONE RISERVATA