C’è una proposta di legge che parla di sicurezza dei ciclisti, ma che più la si legge e più lascia addosso una sensazione curiosa: quella di un vestito cucito su misura per qualcuno, che però finirà addosso a tutti. È la proposta n. 2489, presentata alla Camera il 30 giugno 2025, primo firmatario l’onorevole Roberto Pella, deputato di Forza Italia, sindaco del Comune di Valdengo, vicepresidente dell’Anci e presidente della Lega Ciclismo Professionistico.

Sulla carta l’obiettivo è nobile: aumentare la sicurezza di chi pedala, riconoscendo finalmente che il ciclista è un utente debole della strada. Nella pratica, però, il testo sembra muoversi con un’idea molto precisa di “ciclista” in testa: quello sportivo, allenato, spesso in gruppo, magari con la scorta. Il problema è che le regole scritte poi valgono per tutti, anche per chi usa la bici per andare a scuola, al lavoro o a fare la spesa.

Vediamo cosa contiene davvero questa proposta di legge e perché, letta fino in fondo, risulta quantomeno strana.

Cosa prevede la proposta di legge

La proposta interviene su quattro articoli del Codice della Strada e introduce una serie di novità che riguardano identificazione, circolazione e comportamento dei ciclisti.

Scorta tecnica per gli allenamenti

Viene estesa la possibilità di autorizzare una scorta tecnica anche per gli atleti in allenamento su strade aperte al traffico. Non solo gare ed eventi, quindi, ma anche sessioni di preparazione. Le modalità saranno definite con un successivo decreto ministeriale.

È una misura pensata chiaramente per il ciclismo sportivo, in particolare per professionisti e giovani atleti che si allenano su strade extraurbane.

Pedalare affiancati (finalmente)ciclisti in allenamento

Qui arriva la vera novità positiva: se la strada è sufficientemente larga da consentire un sorpasso con almeno un metro e mezzo di distanza laterale, i ciclisti possono procedere affiancati a due a due, anche fuori dai centri abitati, e in gruppi fino a dieci persone.

È una regola di buon senso, già in vigore in molti altri Paesi, che riduce i sorpassi pericolosi e rende i ciclisti più visibili. Ed è, senza troppi giri di parole, la cosa migliore dell’intera proposta.

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Casco obbligatorio (ma non per tutti)

Il testo introduce due obblighi distinti:

  • casco obbligatorio per chi utilizza calzature che vincolano i piedi ai pedali (quindi pensando a chi pratica ciclismo sportivo);
  • casco sempre obbligatorio per i minori di 18 anni, sia se pedalano sia se sono trasportati.

Qui la distinzione tra ciclismo “sportivo” e “non sportivo” diventa sottile e potenzialmente confusa, soprattutto nei controlli, con potenziali cortocircuiti tipo: se una persona maggiorenne pedala su una bici da corsa in carbonio con i pedali flat non sarebbe tenuta a indossare il casco; se una persona maggiorenne pedala su una bici urban con pedali con gli agganci e piede agganciato sarebbe tenuto a indossare il casco.

Luci posteriori sempre accese

Obbligo di luce posteriore rossa accesa in ogni momento della giornata, di giorno e di notte, fissa o lampeggiante. Sulle bici sportive, di notte, anche luce anteriore bianca.

Aumentare la visibilità è giusto, ma anche qui l’obbligo generalizzato apre a questioni pratiche e applicative non banali.

Numero di telaio registrato alla Motorizzazione

Secondo questa proposta di legge dal 1° gennaio 2026 tutte le biciclette di nuova produzione dovranno avere un numero identificativo impresso sul telaio e registrato presso la Motorizzazione, associato al nome del proprietario e dei successivi acquirenti.

L’obiettivo dichiarato è contrastare i furti e facilitare la restituzione delle bici rubate.

Educazione stradale negli esami di guida

Infine, le regole sui velocipedi entreranno nei programmi d’esame per il conseguimento della patente di guida. Una misura sacrosanta, che però arriva in coda a una serie di nuovi obblighi: tutti per chi pedala.

Focus ➡️ Leggi tutti gli articoli di Bikeitalia sul Codice della StradaLe stranezze (e le criticità)

Letta tutta insieme, la proposta di legge sembra partire da un equivoco di fondo: confonde il ciclismo sportivo con l’uso quotidiano della bicicletta. O meglio, pensa la legge per il primo e la applica al secondo.

Una legge pensata per pochi, valida per tutticiclisti in allenamento su strada

Scorta tecnica, gruppi da dieci, allenamenti su strada: sono temi che riguardano una minoranza di ciclisti. Eppure le conseguenze più impattanti – casco obbligatorio per i minori, registrazione del telaio, luci sempre accese – ricadono su chiunque salga in bici, anche per fare duecento metri in ambito urbano o in un parco.

Chi accompagna un figlio a scuola, chi usa la bici condivisa, chi pedala saltuariamente: tutti dentro lo stesso calderone normativo. D’altra parte il primo firmatario della proposta di legge, l’onorevole Pella, è anche presidente dalle Lega Ciclismo Professionistico.

Il grande ritorno della burocrazia

La registrazione del telaio presso la Motorizzazione è forse il punto più problematico. Non è chiaro:

  • se riguarderà tutte le bici o solo alcune;
  • quanto costerà;
  • cosa succederà in caso di vendita dell’usato;
  • come verranno gestite le bici economiche.

Il rischio è evidente: trasformare la bicicletta, il mezzo più semplice e accessibile che abbiamo, in un oggetto amministrativo da ufficio pubblico. Peraltro nella proposta di legge viene esplicitata la data a partire dalla quale sarebbe introdotto quest’obbligo (1 gennaio 2026) ma essendo ormai passata e non essendo ancora stata né calendarizzata né approvata la proposta di legge ci si chiede: tale data sarà modificata in seguito all’approvazione della proposta di legge o la legge – se e quanto entrerà in vigore – avrà valore retroattivo?

Casco obbligatorio: sicurezza o scaricabarile?

Il casco è utile, consigliato, spesso già usato. Ma renderlo obbligatorio per legge, soprattutto per categorie specifiche, sposta il focus: dalla responsabilità di chi guida mezzi pericolosi a quella di chi è più fragile.

Senza contare gli effetti collaterali noti a livello internazionale: contenziosi assicurativi, calo dell’uso della bici, messaggio implicito che “se ti fai male è anche colpa tua”.

Tante regole per i ciclisti, poche per chi li mette in pericolo

Ed è forse questa la stranezza più grande. In una proposta che parla di sicurezza, non c’è una vera stretta su chi rappresenta il pericolo maggiore: i veicoli a motore. Nessun nuovo obbligo strutturale, nessuna misura forte su velocità, distrazioni, mezzi pesanti.

Ancora una volta, la sicurezza dei ciclisti passa soprattutto da nuovi doveri per i ciclisti.

Una buona idea in mezzo a molte perplessità

La possibilità di pedalare affiancati sarebbe una conquista importante e di questo va dato atto alla proposta di legge. Anche l’educazione stradale negli esami di guida è un passo nella giusta direzione.

Ma il resto della proposta lascia l’impressione di un approccio sbilanciato: tanto sport, tanta burocrazia, poca mobilità quotidiana. Una legge che parla di sicurezza ma rischia di rendere la bicicletta più complicata, più regolata e meno accessibile per una larga fascia di utenti.

E quando si rende difficile la cosa più semplice, di solito non si ottiene più sicurezza: si ottiene solo meno libertà di pedalare.

[Fonte]

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