BRINDISI – Il presentimento per la “convocazione”, la paura quando realizza che sì, la Sacra Corona Unita gli sta chiedendo il pizzo, per quell’appalto su una strada provinciale del Brindisino. Poi, la scelta coraggiosa di denunciare agli agenti della squadra mobile. Oggi, giovedì 8 gennaio 2026, della paura rimane solo il ricordo: l’imprenditore taglieggiato, seduto al banco dei testimoni, ha ripercorso il tentativo estorsivo subito, rispondendo alle domande della pm Carmen Ruggiero. Cinque imputati sono stati condannati, complessivamente, a 58 anni di reclusione in abbreviato. Davanti al tribunale di Brindisi, in composizione collegiale (presidente Stefania De Angelis, a latere giudici Anna Guidone e Adriano Zullo), oggi c’è un solo imputato.

Parisi, coinvolto in un’altra indagine a dicembre

Si chiama Tobia – durante l’udienza l’imprenditore lo chiama così, memore del nome rimasto impresso – e di cognome fa Parisi. Difeso dall’avvocato Giancarlo Camassa, è collegato in video conferenza da Lanciano, dove è recluso. A dicembre è stato raggiunto da un’altra ordinanza di custodia cautelare: i carabinieri hanno dato “scacco matto” al clan dei “mesagnesi” della Scu. Ma l’udienza di oggi è un’altra cosa: qui Parisi risponde di un singolo tentativo estorsivo. L’imprenditore lo riconosce dal monitor, lo indica. “È Tobia”. Quando un conoscente, Salvatore Esposito (condannato in abbreviato a 12 anni) gli dice che alcune persone vogliono incontrarlo, di Parisi non sa ancora niente.

Udienza processo Parisi dell'8 gennaio 2026

Il primo incontro: “Dobbiamo stare tutti bene”

Rispondendo alle domande della pm, ripercorre quei giorni difficili, nel settembre 2024. Al primo incontro, capisce quello che deve capire. Il suo racconto ripercorre vicende già sviscerate, che ora vanno cristallizzate nel contraddittorio tra le parti. Tobia che lo prende da parte, sottobraccio: “Dobbiamo stare tutti bene, dobbiamo metterci d’accordo”. In che senso? Arriverà, la richiesta. Duecentomila euro per quell’appalto sulla provinciale, vinto da un’associazione temporaneo d’impresa (Ati). La scelta di denunciare agli agenti della squadra mobile matura col sostegno degli altri imprenditori (“non diamo ‘na lira, vai a denunciare”) e dei figli (“vai avanti, papà”).

Mercanteggiare per prendere tempo

Nella ricostruzione dell’imprenditore, le minacce esplicite non compaiono quasi mai. Ma Parisi e gli altri sanno essere minacciosi anche con lo sguardo, ricostruisce, con gli atteggiamenti, con la postura. Lui prende tempo, rilancia, ma al ribasso: 50 mila euro. E sia, ma paga subito. Ma salta il pagamento, mentre gli agenti guidati dal vice questore Giorgio Grasso raccolgono elementi utili alle indagini. I tempi dopotutto sono stretti. Di incontri ce ne sono stati diversi. Esposito gli dice che se non paga non si deve più far vedere in cantiere. “E che gli dico al direttore? Che mi state facendo l’estorsione?”, la risposta della persona offesa. 

Il vice questore Giorgio Grasso durante l'udienza dell'8 gennaio 2026

Il contro esame dell’avvocato Camassa

Poi la “ronda” di Parisi e altri due, in auto, nei pressi del cantiere. Ma i poliziotti, presenza discreta, sono lì. Anche l’incolumità dell’imprenditore è compresa nel “pacchetto”, dopo la denuncia. La parola passa all’avvocato Camassa, per il contro esame. “Sa che a ottobre gli altri cinque imputati sono tornati liberi”? Sì. “Ha subito minacce da quella data”? No. Qualche dubbio sulla ricostruzione ce l’ha, il penalista. Sull’individuazione di Tobia (il cognome non lo conosceva) dopo il primo incontro, grazie a Google. E degli altri imputati. Dopotutto, dei due ritenuti più attivi – Lucio Annis (15 anni di reclusione in abbreviato) e Francesco Sisto (15 anni di reclusione in abbreviato) – non ricorda i nomi, oggi. Ma in foto, li ha riconosciuti e li riconosce anche oggi, senza dubbi.

“Debito di gioco? Mai giocato a carte”

Poi domande sulla composizione dell’Ati e se mai avesse giocato a carte, d’azzardo. La domanda si spiega con la tesi di alcuni imputati: non sarebbe stata un’estorsione, ma la riscossione di un debito di gioco. L’imprenditore nega, lui gioca al massimo con la moglie, a carte. Un “tavolo” di poker texano (Texas Hold’em) ad Avetrana (provincia di Taranto) nell’agosto 2024? Assolutamente no, puntualizza la persona offesa. L’esame è terminato. Mentre gli avvocati degli imputati condannati in abbreviato preparano l’appello, la presidente De Angelis fissa la prossima udienza per il 5 febbraio. Toccherà ad altri testi di pg, impegnati in questa indagine.

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